



Io sono l’amore non ha nulla della commedia (aspra o bonaria) all’italiana e l’unica discendenza elettiva che può vantare è con il Luchino Visconti non neorealista.
Nella storia di una famiglia altoborghese e del tarlo che la mina c’è il tema tutto viscontiano del malessere famigliare come spia di dissoluzione di un mondo. I modelli vanno cercati in Gruppo di famiglia in un interno o addirittura, nella cena iniziale dei von Essenbeck di La caduta degli dei. La parte migliore del film è la prima, con i preparativi per la grande cena dei Recchi, industriali del tessile, durante la quale il patriarca (Gabriele Ferzetti) passerà ufficialmente la conduzione degli affari al gelido figlio (l’autore, regista e attore teatrale Pippo Delbono) e al nipote primogenito (Flavio Parenti). Il rituale della cena, l’andirivieni dei domestici, l’aplomb degli ospiti si alternano con le inquadrature della villa sotto la neve, una fortezza che – nessuno ancora lo sa – verrà violata dall’arrivo di un nuovo amico del figlio, un cuoco, di cui si innamora la madre (Tilda Swinton, anche produttrice). Algido melodramma, che procede per frammenti, mentre cambiano le stagioni, disseminato di elementi non detti e misteriosi, come le ignote origini russe della madre, come le inquietudini della figlia artistoide (Alba Rohrwacher), come la decisione contestata dal primogenito di vendere l’azienda di famiglia attraverso intermediari indiani, Io sono l’amore mostra soprattutto le potenzialità visive del giovane regista. Guadagnino sa creare atmosfere, suggerire stati d’animo, indagare una società filmando in apparenza altro. Molto costruito e anche un po’ snob, Io sono l’amore non è perfetto e ha momenti deboli, ma è «nordico», severo e pessimista nel mostrare le implicazioni di uno status di cui i protagonisti sono prigionieri.