



Marta (Yle Vianello) ha 13 anni, è una ragazzina piuttosto introversa ma che osserva la vita da un punto di vista particolare. Non si sa perché, ma è appena tornata con la madre e con la sorella maggiore a vivere a Reggio Calabria dopo essere cresciuta in Svizzera. Scopre una città che appare come un'immensa periferia deturpata dalla speculazione edilizia, un groviglio di snodi stradali trafficati dietro i quali si cela un mare grigio e sporco. Del padre non si sa nulla, la madre trova da lavorare di notte in una panetteria. Marta ha l'età per ricevere la cresima e inizia a seguire il catechismo nella chiesa del quartiere: disinteresse totale dei compagni, anacronismo e impacci dell'insegnante, assenteismo di Don Mario (Salvatore Cantalupo), il parroco, impegnato più a cercare di far carriera e a raccogliere voti per il candidato alle elezioni regionali ben visto dalle alte sfere ecclesiastiche che ad occuparsi dei fedeli. Eppure, per caso, proprio insieme al freddo e distaccato Don Mario, Marta vivrà un'esperienza speciale che le farà comprendere qualcosa in più sul mondo e sul corpo celeste che lo circonda.
Corpo Celeste è anche il titolo del primo lungometraggio della ventottenne Alice Rohrwacher, coproduzione italo-svizzera (con Amka Film e RSI). Tra processo di crescita, straniamento da emigrazione e difficoltà familiari, il personaggio di Marta finisce forse con il risultare un po' sovraccaricato e Corpo Celeste non evita del tutto la classica «trappola» da primo film di mettere troppa carne al fuoco. L'autrice però se la cava complessivamente molto bene e, maturando, il suo sguardo sulla realtà non potrà farsi che ancora più acuto ed attento.