



«... Alla fine ne resterà uno solo». Già sentito. Ma gli immortali Highlander non c’entrano. Si sta parlando del mortale reality al centro di The Hunger Games («I giochi della fame») il fenomeno cinematografico-sociale di cui discutono tutti. Tratto dal primo libro di una trilogia della scrittrice americana Suzanne Collins, diventata un caso letterario, ha fatto incassi record in Nord America e dal 1. maggio è sui nostri grandi schermi. Le cifre sono imponenti: un mese in testa al box office statunitense, 600 milioni di dollari già incassati nel mondo, a fronte di un budget inferiore agli 80 milioni. E anche parecchie polemiche. Perché il film diretto da Gary Ross racconta di un gioco televisivo in cui 24 ragazzi devono gareggiare tra loro fino alla morte. Cinematograficamente The Hunger Games è interessante per più di una ragione ma non eccezionale. Il regista sceglie una narrazione lineare, popolare, senza ricercatezze di stile. Dopo un prologo che mostra la scelta dei candidati-tributi (la protagonista Jennifer Lawrence, nei panni della giovane Katniss, si offre al posto della sorella minore estratta a sorte) il film è nettamente diviso in due parti: dapprima le blandizie e i privilegi offerti ai morituri. Ci sono il conduttore dello show (un affettato Stanley Tucci con incredibile parrucca azzurra); lo squinternato vincitore di un’edizione precedente (Woody Harrelson, che dà consigli di sopravvivenza); il consulente d’immagine (Lenny Kravitz) che s’ingegna per garantire alla protagonista l’attenzione degli sponsor; la maestra della cerimonia dei giochi, una strega agghindata da bambola (Elizabeth Banks) e poi la regia, macchina da spettacolo e da guerra che deve vivacizzare il reality con ogni mezzo tecnologico. La gara mortale occupa invece la seconda parte. Le temporanee alleanze tra concorrenti, la caccia agli avversari, gli imprevisti, gli ostacoli costruiti. Non c’è compiacimento splatter, ma chiaramente il concetto è forte. Se il racconto funziona e non mancano spunti di riflessione a latitare è la dimensione epica, che invece dovrebbe esaltare la narrazione.