



Con To Rome with Love, Woody Allen prosegue il suo itinerario tra le grandi città europee, dimostrando che senza un’idea davvero geniale (come quella che era alla base del suo precedente Midnight in Paris), il suo cinema risulta simpatico ed intelligente come sempre ma di certo non imperdibile. In questo caso, lo sguardo che il 76enne regista getta sull’Italia di oggi è, fin da subito, filtrato dall’immagine veicolata dai film americani degli anni ‘50, primo fra tutti Vacanze romane di William Wyler. Anche il commento musicale – che Allen non lascia mai al caso – pesca a piene mani nel repertorio d’epoca (da Volare di Modugno in poi) finendo con il dare al tutto il film una patina nostalgica non del tutto consona ai contenuti della storia. Storia che è, in pratica, un intreccio di vicende parallele senza incroci, attraverso le quali si possono cogliere le impressioni (non certo superficiali ma ovviamente lacunose) che Allen ha tratto dal suo breve soggiorno romano. Il regista ha così colto l’onnipotenza e l’onnipresenza della tivù, capace di creare dal nulla un personaggio e di dimenticarlo da un momento all’altro perché c’è bisogno di un ricambio continuo (la storia interpretata da Roberto Benigni); altro intrico di poteri e piaceri quello che unisce il mondo dell’imprenditoria e della politica con il Vaticano, mentre sullo sfondo si fa notare la presenza delle escort accettate da tutti. Più vicina allo stereotipo (anche se francamente divertente) la storia del tenore che può cantare solo sotto la doccia, mentre «alleniano» fino al midollo è il dilemma che vive il giovane architetto Jack, diviso tra la fidanzata e la migliore amica di lei. Insomma, un mosaico dalle tessere accattivanti ma troppo disunite tra loro per dar vita a un film del tutto compiuto.