



La comicità provocatoria e politicamente scorretta di Sacha Baron Cohen permea Il dittatore, quarto film dell'attore londinese e terzo diretto dall'americano Larry Charles. Baron Cohen è, oltre che interprete (nel doppio ruolo di un dittatore nordafricano antioccidentale e del suo sosia-controfigura), autore del soggetto, co-sceneggiatore e co-produttore.
Ispirandosi liberamente al libro Zabibah and the King, uscito in forma anonima ma attribuito a Saddam Hussein, il film vorrebbe seguire le orme di un modello «alto»: Il grande dittatore (1940) chapliniano. Il protagonista si rifà alle figure – o meglio a come le ha recepite l'immaginario collettivo occidentale – di Saddam e Gheddafi, con in più la barba di Bin Laden. Il film ripropone narrativamente il percorso dei precedenti Borat e Brüno, dove il reporter kazako e lo stilista austriaco gay venivano catapultati in società con valori e pregiudizi completamente diversi dai loro.
Aladeen (Baron Cohen) è il padre-padrone dello stato immaginario di Wadiya, dittatore spudorato e infantile, sanguinario ma allocco che si reca negli Stati Uniti per un congresso dell'ONU. Sostituito dal sosia a causa di una congiura di palazzo, il vero dittatore si ritroverà a lavorare come un immigrato qualsiasi in un supermercato gestito da una militante dei diritti umani (Anna Faris).
Battute e situazioni non evitano le volgarità ma sono a volte esilaranti e contengono un fondo di verità; basti pensare a come gli stati democratici trattavano i Saddam e i Gheddafi quando erano al potere, senza battere ciglio per le loro bizzarrie o peggio. Bersaglio satirico di Baron Cohen sono i luoghi comuni, grandi e piccoli, devastanti o inoffensivi, di cui soffriamo tutti. L'eccesso che si fa comicità demenziale è la sua cifra, ma se la risata è immediata, la sceneggiatura non ha quasi mai la profondità per indurre anche alla riflessione.