



Lo spazio, per Ridley Scott, è un luogo di ignoto e di terrore cieco. Lo era in Alien, capolavoro del regista britannico del 1979. Lo è anche ora in Prometheus, che proprio come prequel di Alien era partito e poi si è allargato diventando un progetto cinematografico dotato di vita propria, anche se di quelle stesse inquietudini si nutre riprendendo comunque molti elementi dello storico film. L’accento però stavolta è molto filosofico-mistecheggiante. Al centro, ci sono le domande che da secoli accompagnano l’uomo: chi siamo, dove andiamo. E in questo caso particolare, chi o cosa ci ha creati. Su questo, sul finire del XXI secolo, indaga l’archeologa Shaw, una scienziata però contraddittoriamente più in linea con le modalità della fede che con quelle della scienza. La interpreta Noomi Rapace. Sono lei e il suo compagno a scoprire in una grotta scozzese l’ennesima inquietante pittura ruperstre, antichissima, che come altre di civiltà lontane fra loro, mostra enormi esseri e indica un punto ben preciso nello spazio cosmico: una costellazione lontana. Verso di essa farà rotta la nave Prometheus, in una spedizione di ricerca. Il nome della nave naturalmente non è casuale. E come il Titano del mito, che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini e venne punito, anche l’equipaggio del vascello spaziale scoprirà che a cercare di rubare i segreti della conscenza c’è da scottarsi. E di brutto, perché chi ha progettato noi, ha progettato anche creature ripugnanti e letali in grado di eliminarci (e di eliminare gli stessi creatori). Ridley Scott con Prometheus firma un film di grande impatto visivo. Gli spazi del pianeta, i resti della civiltà aliena, sono estremamente suggestivi. E in tutto questo qualche sano brivido c’è? Sì. E anche una scena che per ripugnanza tiene testa a quella celebre del «Chest Burster» di Alien. Consiglio agli appassionati: non perdersi gli ultimissimi istanti del film.