
La mancanza del lato inquietante di fiaba per adulti rende Alice in Wonderland poco più di un fantasioso e lussureggiante prodotto per l’infanzia. Il regista californiano Tim Burton, nato e cresciuto a due passi dagli studi Disney, di cui divenne animatore, è stato alla fine risucchiato dalle logiche della Casa di Topolino. Anche se Alice in Wonderland non è la trasposizione del libro di Lewis Carroll ma una rivisitazione, quasi un sequel di Alice nel paese delle meraviglie e del successivo libro Attraverso lo specchio. Stavolta la protagonista (l’emergente Mia Wasikowska) è cresciuta, ha 19 anni e ad una festa un nobile pedante e snob la chiede in sposa. Ma lei, inseguita sin dall’infanzia dal sogno ricorrente del Paese delle Meraviglie e dei suoi abitanti, non è pronta per il matrimonio; abbandona festa e invitati e seguendo l’ombra di un coniglietto giunge alla fessura di un albero e precipita nel Sottomondo, popolato di animali parlanti, personaggi strampalati e dove la Regina Rossa (Helena Bonham Carter dall’enorme testa) ha sottratto il potere alla sorella Regina Bianca (l’eterea Anne Hathaway), tiranneggiando tutti... Burton si cita, inneggia ai valori dell’utopia e fa un elogio della fantasia (pazzia) ma senza troppa convinzione anarchica. Scene e personaggi sono originali se presi singolarmente, però nell’insieme il mondo parallelo ed eversivo non è all’altezza della fama del regista. E la tecnica stavolta non è d’aiuto, nonostante l’integrazione di live action con abbondanti effetti digitali. Il tutto è stato girato in 2D e successivamente convertito in 3D. Ma la struttura dell’opera, nettamente divisa tra realtà e Sottomondo fantastico, e l’uso frequente di campo e controcampo per i dialoghi denunciano che la tridimensionalità è un optional. Manca ancora qualcosa: il Cappellaio matto interpretato da Johnny Depp: qui, lasciato solo davanti al blue screen, il risultato non è strabiliante.
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