
È uno dei film più premiati del cinema francese: dal maggio dello scorso anno ad oggi ha già collezionato ventinove allori, tra cui il Gran Premio della Giuria a Cannes, l’European Award per il protagonista Tahar Rahim, nove César e la candidatura all’Oscar. Un prophète di Jacques Audiardv è un film coraggioso dalla prima all’ultima immagine (dura due ore e mezza), in particolare perché osa affrontare un genere, quello carcerario, che ha alle spalle una storia ponderosa e che negli ultimi tempi ha conosciuto un vero e proprio revival, sia sul fronte realistico (grazie a numerosi documentari) che su quello della fiction (grazie alle innumerevoli serie tv). Audiard non si ispira ai classici ma reinventa quasi tutto: pur rispettando in pieno gli stilemi dell’universo dei reclusi, getta nella mischia un protagonista che non ha nulla a che vedere con lo stereotipo del giovane detenuto destinato a trasformarsi in eroe, poiché Malik non costruisce la sua «carriera» sulla forza bruta, ma sull’intelligenza, la curiosità e un’innata capacità di diventare l’anello di congiunzione indispensabile tra realtà etniche e culturali diverse: la propria (è uno dei tanti giovani arabi che affollano le carceri francesi) e quella degli altri, in questo caso i còrsi, guidati dal carismatico César Luciani (Niels Arestrup), ambigua figura paterna che Malik tradirà dopo esserne diventato l’insostituibile braccio destro. Malik non è il prototipo del nuovo galeotto-intellettuale, ma rappresenta una figura nuova e inquietante. Un profeta? Sì, nel senso che, attraverso di lui, Audiard ci fa intuire il futuro. Un futuro forse ancor più torbido dell’oggi, ma a quanto pare inevitabile.
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