
Esiste ancora il cinema indipendente italiano? Una possibile risposta a questa domanda deve tener conto di diversi fattori che caratterizzano una realtà dove il potere dell’industria televisiva ha ormai ridotto la «settima arte» a una forma di sopravvivenza che deve inventarsi nuovi canali di distribuzione per rimanere in qualche modo visibile anche nel circuito delle sale. La terra nel sangue, primo lungometraggio di Giovanni Ziberna, è un ottimo esempio di come una produzione praticamente a costo zero possa trovare il proprio spazio mantenendo una totale indipedenza. Come? Grazie alla stampa di una mezza dozzina di copie in 35mm che il regista-produttore cerca di «piazzare» telefonicamente tra i gestori delle sale art et essai dell’Italia intera (e ora anche della Svizzera italiana grazie alla disponibilità del Lux di Massagno) sulla base della fiducia accumulata grazie al successo delle anteprime tenutesi in Friuli, teatro delle quattro settimane di riprese svoltesi sull’arco di un anno. La terra nel sangue è infatti un film in quattro episodi (uno per ciascuna stagione dell’anno, partendo dall’inverno) che sfrutta appieno il fascino di altrettante ambientazioni (Grado, il fiume Isonzo, i vigneti del Collio, le montagne del Carso) per raccontare storie minime di sentimenti, di partenze e di ritorni dalla terra degli avi, di cui sono protagonisti in particolare alcuni giovani. Qualche episodio è più riuscito degli altri, ma tutti sono tecnicamente ben confezionati e in tutti soffia un vento di sincerità rafforzato dal desiderio di raccontare personaggi e paesaggi che difficilmente trovano spazio nel cinema italiano di oggi.
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