
Cinquant’anni dopo il capolavoro felliniano, la vita in Italia non è più «dolce», ma può forse pretendere di continuare ad essere almeno «nostra». È quel che sembra indicare il titolo del nuovo lungometraggio di Daniele Luchetti, La nostra vita appunto, che avrà questa sera in Piazza Grande una proiezione gratuita (21.30) come anticipo del 63. Festival del Film al via domani. Il film colpisce a livello di fattura (con la macchina da presa che sta spesso addosso agli attori come in un documentario) e di interpretazione (oltre a Germano c’è un ottimo casting dei ruoli secondari: Raoul Bova, Luca Zingaretti, Isabella Ragonese). La vicenda narrata appare invece più debole poiché, se da una parte intende evidenziare alcuni mali dell’Italia di oggi (il boom del lavoro nero, il cinismo dell’apparire, il razzismo nei confronti degli immigrati), dall’altra non fa altro che smussare continuamente gli angoli dei propri propositi per paura di essere catalogata come troppo «politica». La storia del capo operaio Claudio (Germano) che, dopo la tragica morte della moglie, si improvvisa «padroncino» per pura vanità o pura disperazione, poteva tradursi nel dramma esemplare dell’Italia «qualunque» di oggi. Ma evidentemente ciò non è nelle corde di Luchetti che preferisce rimettere la famiglia al centro dello scacchiere sociale, quale confortante ultima risorsa per chi è sull’orlo del baratro.
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