

I film con vicende radicate nel profondo sud degli Stati Uniti finiscono sempre per raccontare storie «a parte», non solo (anche se soprattutto) per il tema storico della segregazione razziale ma perché si calano in mentalità e tradizioni diverse dal resto della società. Da Via col vento a Forrest Gump. Lo fa anche The Help, fenomeno dell’estate cinematografica americana che ha ottenuto ben quattro nomination agli Oscar (miglior film e migliori attrici protagoniste e in ruoli secondari).
Tratto dal bestseller d’esordio di Kathryn Stockett, il film è l’opera seconda del regista e sceneggiatore Tate Taylor, amico d’infanzia dell’autrice. E descrive con realismo un mondo refrattario ai cambiamenti che la scrittrice e il cineasta conoscono bene. Jackson, Mississippi, nei primi anni ’60, all’alba delle rivendicazioni per i diritti civili. The Help incrocia la Storia raccontando storie private di una comunità chiusa, rigidamente formalista. Pochi anni prima Rosa Parks si era rifiutata di sedere sull’autobus separata dai bianchi, cinquant’anni dopo gli States avranno un presidente nero. In questo mondo (inconsapevolmente) sospeso sull’orlo di cambiamenti epocali, la bionda Skeeter torna dall’università e invece di cercarsi un marito vuole fare la giornalista, sogna New York e intende scrivere un libro con le testimonianze delle «mamies» di colore. Il film è un vivido affresco dove il dramma sociale si mescola a volte all’ironia e a toni da commedia. Se le nere sono sottomesse e pazienti ma anche potenzialmente rivoluzionarie, la maggior parte delle bianche si comporta come Casalinghe disperate ante litteram, tra segreti e frustrazioni..
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