

I film più pericolosi da dirigere sono quelli con bambini e animali, perché il melenso e il «carino» sono dietro l’angolo. Incurante del rischio, il regista californiano Cameron Crowe (dopo sei anni di silenzio seguiti a Elizabethtown) co-sceneggia e dirige una commedia per famiglie. Gradevole e di buoni sentimenti. I suoi temi più ricorrenti: leggerezza e malinconia, elaborazione del lutto, incoraggiamento a ricominciare da capo tornano tutti, con in più un sapore di favola ecologista. Lo spunto narrativo proviene dal libro autobiografico (in italiano edito da Mondadori) del giornalista inglese Benjamin Mee, che acquistò una grande casa accessoriata di zoo con duecento animali, prossimo ad andare in rovina. Spostata l’azione in California, Matt Damon, fresco e inconsolabile vedovo, si ritrova a gestire due figli, un adolescente ribelle e una bimba. Per liberarsi dei ricordi ancora troppo presenti della moglie acquista una proprietà in campagna alla quale è annesso un malandato zoo di cui si occupano pochi addetti, rimasti più che altro per amore degli animali. Riaprire lo zoo al pubblico comporta costi superiori alle finanze del nuovo proprietario e l’urgenza di superare il «collaudo» di cui è incaricato un funzionario poco amichevole. Ma con la buona volontà i puri di cuore vincono.
In periodi di cupa crisi economica tornano a fiorire le commedie piene di speranza in cui lo spettatore può identificarsi e scacciare l’umore tetro. L’importante è avere sottomano un eroe del quotidiano, come Tom Hanks in L’amore all’improvviso, come Ewan McGregor nel recente Il pescatore di sogni. Per altri aspetti, soprattutto il lutto, i rapporti con i figli e una sensibilità ecologica, il film si apparenta a Paradiso amaro. Ma rispetto all’amico Clooney, il massiccio e rassicurante Matt Damon risulta molto meno problematico.
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