

Un primo film rappresenta, molto spesso, una dichiarazione d’appartenenza a un territorio di quell’arcipelago sempre più frammentario che costituisce oggi il mondo delle immagini. Con Tutti giù, il trentenne Niccolò Castelli ha prima di tutto voluto dichiarare la sua appartenenza a una generazione e a un contesto: la cultura giovanile urbana, per molti versi globalizzata eppure ancora ricca di spazi di libertà. Nel suo film, le storie dello skater Jullo (Yanick Cohades) e del graffitaro Edo (Nicola Perot) sono in linea con quanto di simile potrebbe essere raccontato a Milano o a New York. La vicenda di Chiara (Lara Gut), sciatrice d’élite in rivolta contro i genitori e contro le ferree regole del business, rappresenta invece lo snodo più originale di Tutti giù, poiché associa due mondi: la città, che anche per la ragazza rimane un oggetto misterioso da avvicinare con cautela, e il contesto della montagna umanizzata, terra di mezzo tra le infinite distese di neve e gli stadi dove la stupidità di alcuni può condurre persino alla morte di un innocente. Non è un caso, quindi, che sia quest’ultima storia quella che colpisce di più, grazie anche alla sorprendente dimestichezza che dimostra l’interprete davanti alla macchina da presa e al suo background autobiografico che permette allo spettatore di metterla a fuoco più facilmente degli altri protagonisti. A Niccolò Castelli si può semmai rimproverare un po’ troppa timidezza nello scavare nella psicologia dei suoi personaggi e nel metterli a confronto con le proprie palesi contraddizioni. Una timidezza che non va però scambiata per superficialità e che non compromette il risultato finale. Tutti giù vive infatti più dell’affetto del cuore che della critica della testa nei confronti dell’universo notturnoche lo anima. Un promettente debutto, quindi, che mette in luce le qualità di un regista che non ha certo finito di crescere
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