di MEINRADO ROBBIANI - La crisi del sistema finanziario, che ha rapidamente risucchiato nelle sue spire anche l’economia reale, ci ha fatto toccare con mano quanto fossero precarie le fondamenta sulle quali poggiava in parte la crescita economica complessiva. La finanza si era persa nei paradisi artificiali della più esasperata speculazione, tradendo la sua funzione primaria di raccolta e di incanalamento del risparmio verso le attività creatrici di autentica ricchezza. Ma non solo. Aveva anche contagiato le frange più prestigiose dell’economia reale, trasferendovi e imponendo il primato del breve termine. Vi aveva cioè fatto prevalere la corsa ai profitti celeri, anche a scapito della solidità duratura delle imprese. Il risultato di queste distorsioni e aberrazioni è davanti agli occhi di tutti. Gli Stati e le banche centrali hanno dovuto immettere risorse gigantesche per scongiurare un tracollo sconvolgente del sistema finanziario. La popolazione ha da parte sua iniziato a pagare un pesante tributo in termini di occupazione minacciata, di minore reddito e di previdenza sociale intaccata.
Riforme tutt’altro che scontate
L’imponenza dei detriti, che la crisi lascerà dietro a sé, indurrà ad ineludibili correzioni delle norme che regolano la finanza. È impensabile che si possa mettere una pietra sopra il pesante pedaggio pagato dagli Stati e dalla popolazione senza adottare contromisure. Sarebbe tuttavia errato ritenere che le contraddizioni del modello impostosi nel recente passato conducano ad un sua scontata e profonda riforma. Le resistenze sono imponenti. Chi ha lucrato o tratto beneficio dal sistema, che ha dominato la scena negli scorsi anni, non è certamente disposto a farsi da parte a capo chino. La stessa autorità politica, chiamata in causa per salvare un sistema che l’aveva persino sbeffeggiata, sembra totalmente concentrata, in termini reattivi, sul salvataggio del sistema finanziario e sulla lotta contro la crisi economica. È molto meno attiva sul terreno delle indispensabili modifiche da apportare ai princìpi che orientano la vita economica, alle regole del gioco e ai rapporti di forza finora prevalenti.
La posta in gioco
I campi dove intervenire non mancano di certo. Il fine e il ruolo della finanza e dell’economia vanno profondamente riconsiderati. La speculazione, per la prima, e il breve termine, per la seconda, non possono certo continuare a costituire un perno saldo, al quale ancorare il successo della finanza e dell’economia come pure, di riflesso, il benessere della comunità. Le imprese devono essere sottratte al dominio assoluto di azionisti, che sovente non hanno nemmeno più un rapporto stretto di identificazione con l’azienda poiché soprattutto occupati a seguire giorno dopo giorno il valore delle azioni allo scopo di trarne un vantaggio immediato. Il lavoro, autentico fulcro della forza e della capacità competitiva delle imprese, deve esservi riconosciuto come componente costitutiva. L’impresa deve pure rendersi conto di essere gravata da una precisa ipoteca sociale: la responsabilità verso tutti coloro che concorrono al suo funzionamento e verso la collettività circostante. Le retribuzioni dei manager, più imparentate a formule di saccheggio che di corretta contropartita per l’apporto fornito, vanno arginate. La ripartizione della ricchezza, deturpata da crescenti disparità, deve tornare ad essere un obiettivo prioritario di giustizia sociale. Lo Stato, nelle sue relazioni con il mercato, deve riappropriarsi di un più solido ruolo di garante del bene comune.
Resistenze corpose
Carne al fuoco non ne manca di certo. L’impressione è tuttavia che, salvato dal crollo il sistema finanziario e dal fallimento qualche istituto bancario, tornerà a riemergere con rinnovata forza il passato. Ricollocata l’economia sui binari della ripresa, ricompariranno i precedenti modi di gestione delle imprese e del mercato. Per una precisa scelta di campo degli uni come pure per passività o debolezza degli altri potrebbero tornare pienamente a galla i vecchi schemi. Resistenze al cambiamento e precise strategie di potere stanno tuttora operando affinché tutto – o quasi – torni come prima, continuando a garantire spazi di profitto a coloro che sanno cogliere frutti succosi sull’albero del mercato e della globalizzazione. Urge perciò una profonda correzione di rotta. Per attuarla occorre battersi per un autentico cambiamento dei princìpi e dei parametri che reggono la finanza e l’economia come pure la loro relazione con lo Stato e la collettività. È pure necessario tessere alleanze di tipo nuovo sia sul versante sociale, sia su quello politico. La posta in gioco è tale da esigere anche un rinnovamento di natura etica e culturale, che coinvolga capillarmente la collettività intera. Il fronte del consumo e dell’indebitamento è da questo profilo emblematico; sollecita mutamenti di comportamento anche a livello di ogni singolo individo oltre che in ambito collettivo.
Nomina di un consigliere federale: un’occasione sprecata?
Pur trattandosi di un singolo aspetto dell’attualità federale, la scelta del nuovo Consigliere federale potrebbe costituire almeno in parte un’occasione utile di confronto su orientamenti ed opzioni riguardanti i temi indicati. Quanto va muovendosi nell’arena politica nazionale indica però che la lotta in atto tende a ridursi a prevalenti schermaglie tra partiti e candidati, persino imbrigliate da calcoli tattici in vista dei futuri avvicendamenti nel Governo federale. Non sta affiorando, dietro ai candidati e ai rispettivi gruppi parlamentari, un confronto all’altezza delle sfide del momento. Si sta perdendo un’occasione interessante per intensificare un dibattito sulle future direzioni di marcia, del quale il Paese e la popolazione hanno intensamente bisogno e che rimane di urgente attualità.
Meinrado Robbiani, consigliere nazionale