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I limiti di una strategia
Obama e l'Afghanistan: 30mila soldati in più, poi via
2 dic 2009 05:00 | Commenti CdT / Commento
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di GIANANDREA GAIANI - Dopo novantadue giorni di titubanza il presidente Barack Obama ha finalmente dato una risposta alle richieste del generale Stanley McChrystal autorizzando l’invio in Afghanistan di 30 mila militari a rinforzo dei 104 mila soldati alleati, per oltre due terzi statunitensi, già schierati nel Paese asiatico. I rinforzi, che porteranno a 100.000 i soldati di Washington, verranno dispiegati entro sei mesi e i primi 9.000 marine raggiungeranno già entro Natale la provincia di Helmand. Obama ha così respinto le pressioni di quanti nel suo entourage, come il vicepresidente Joe Biden, si erano dichiarati contrari al rafforzamento del fronte afghano.
La scelta dell’accademia militare di West Point per l’atteso annuncio del «surge» indica la volontà del presidente di recuperare il rapporto con i militari, incrinatosi in questi mesi di incertezza interpretati da molti come una mancanza di fiducia nelle valutazioni dei comandanti. Obama accontenta però solo in parte le richieste del generale McChrystal, che considera indispensabili almeno 40.000 militari in più da schierare sul campo entro gennaio con l’obiettivo di attaccare in forze i talebani fin dall’inverno, quando le condizioni ambientali impediscono i movimenti degli insorti. McChrystal dovrà fare il possibile con un numero di truppe inferiore e disponibile interamente solo a primavera inoltrata. Inoltre le speranze di Obama che gli europei forniscano altri 10 mila soldati al «surge» sembrano vane. Gli europei non rinunciano ai «caveat» che finora hanno impedito a molti contingenti di combattere e in queste condizioni anche eventuali rinforzi rischiano di risultare inutili ai fini bellici. La Francia ha escluso l’invio di altre truppe, la Germania si pronuncerà solo dopo la conferenza internazionale sull’Afghanistan prevista a Londra a fine gennaio mentre l’Italia, per ragioni finanziarie, pare voler posticipare a primavera l’invio di rinforzi in attesa di ritirare truppe da Libano e Balcani. Finora solo Gran Bretagna, Polonia e Georgia hanno annunciato l’invio di nuovi battaglioni da combattimento anche se la conta della disponibilità degli europei si completerà solo al vertice NATO di Bruxelles del 3 e 4 dicembre. Le nuove forze americane verranno concentrate nelle province a maggiore presenza talebana e lungo il confine pachistano con l’obiettivo di ridurre le capacità operative del nemico e tagliarne i collegamenti con le retrovie nell’area tribale pachistana. Un piano che risulterà vincente solo se riuscirà a impedire agli insorti di sfuggire alla morsa alleata trovando rifugio in province meno presidiate come è già accaduto in passato. Il limite strategico del «surge» di Obama risiede però nell’aver posto un termine preciso allo sforzo bellico indicando in prima del gennaio 2013 la data per l’avvio del ritiro delle truppe dall’Afghanistan entro la quale le forze governative afghane dovranno cavarsela da sole. Un’affermazione che conferma come questo «surge» costituisca in realtà l’anticamera della «exit strategy», termine che i talebani traducono in «ritirata». Combattere con un occhio al calendario del ritiro invece che per la vittoria non contribuirà certo a motivare i comandanti alleati né quelli afghani, ma indurrà i jihadisti a resistere attendendo il ritiro degli americani invece che ad arrendersi o negoziare la pace. La strategia di Obama sembra quindi porsi obiettivi limitati con scadenze orientate più al conseguimento di un secondo mandato presidenziale che al successo militare in Afghanistan.

Gianandrea Gaiani
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