

di DAVIDE VIGNATI - Il brevissimo regno di Claude Béglé è già archiviato. Anzi, non è mai cominciato. La nomina lampo di Peter Hasler non lascia dubbi sulla prudenza e lo zelo con cui Moritz Leuenberger aveva già anticipato lo scenario della sua partenza. Lo stesso ministro non ha nascosto che il progetto Hasler ha preso forma fin dalla partenza di Michel Kunz e la serie di dimissioni eccellenti dal CdA, prima dunque che Hans Werder e Peter Sighentaler consegnassero nelle sue mani la relazione sui colloqui avuti coi quadri della Posta. E questo perché non c’era nulla in quella relazione che Leuenberger non conoscesse già da tempo.
I rapporti tra Béglé e diversi membri del CdA e della direzione erano già insanabili da mesi. Anzi, in molti ai vertici dell’azienda non hanno semplicemente mai digerito la nomina del romando. Lo stesso Béglé ieri non ha avuto remore nel menzionarli per nome, parlando di «vecchia guardia» e «clan» legati all’ex direttore Ulrich Gygi e all’ex presidente Anton Menth, che gli hanno mosso guerra fin dal giorno stesso in cui ha messo piede alla Posta. Di fatto sono loro che hanno nominato a fine 2008 il nuovo direttore Kunz, senza che Béglé potesse proferir parola benché già designato presidente e integrato nel CdA. Il manager vodese non è certo tipo da starsene alla finestra ed ha dunque selezionato di suo altri candidati, tutti scartati dal CdA, per poi proporsi lui stesso a Leuenberger come nuovo direttore. Ma Kunz era la garanzia di continuità coi nove anni di successi di Gygi, le idee nuove e lo stile inusuale di Béglé solo un’incognita.
Il vodese ha così pensato di mettere mano a una riforma della governance aziendale, per riscriverne le regole e rivedere gli equilibri di forza tra direzione e CdA. E il conflitto latente con la vecchia guardia è esploso virulento. Per consuetudine, nelle ex regìe federali la posizione del direttore è più forte rispetto a quella del presidente. Quest’ultimo subisce l’influenza della politica e del Governo, il CEO gode invece di maggiore autonomia, tanto alla Posta quanto alle Ferrovie. Ancor più ai vertici del gigante giallo dopo i nove anni di regno incontrastato di Gygi.
Allo stesso tempo Béglé ha cercato di portare nell’azienda una nuova discussione strategica e una nuova mentalità imprenditoriale, che non si riducesse alla mera riduzione dei costi, come più volte ha rinfacciato neanche tanto velatamente alla gestione Gygi. Leuenberger lo aveva scelto proprio per questo, perché portasse in dote alla Posta i suoi dieci anni d’esperienza presso la concorrenza internazionale e la sua familiarità con le evoluzioni in atto nel mercato postale europeo. Ma soprattutto perché anticipasse e avviasse una nuova riflessione sulle sfide future dell’azienda, in vista della sua trasformazione in società per azioni e dell’apertura completa del mercato. Ma mettendo alla testa del CdA qualcuno che ambiva alla poltrona di direttore e alla stanza dei bottoni, per di più con una gran smania di rivoluzionare subito tutto quanto per mettersi al passo con l’Europa, Leuenberger ha contribuito non poco a dar fuoco alle polveri.
Lo stesso Béglé ci ha certo messo del suo, con un presenzialismo quasi fastidioso per la Berna federale, con una comunicazione a dir poco avventata e soprattutto un’agenda da centometrista piuttosto che da maratoneta, trascurando non poco la cultura tutta elvetica del consenso, come pure le peculiarità di un’azienda come la Posta, che pur dovendo rispondere a criteri di redditività, continua a essere sentita tanto dalla popolazione quanto dalla politica come un’azienda prima di tutto al servizio del Paese.
La velenosa campagna mediatica di queste ultime settimane e le rivelazioni più o meno accurate sui piani d’espansione di Béglé e il suo mandato di troppo presso una società indiana sono dunque solo il corollario di questa vicenda, che prende avvio con la nomina stessa del manager romando da parte di Leuenberger.
Proprio il ministro delle Telecomunicazioni avrebbe potuto ponderare meglio e anticipare le frizioni e le resistenze che si sono verificate ai vertici della Posta. Magari affrettando anche il rinnovo all’interno del CdA così da agevolare il compito di Béglé. «Volevo portare un po’ di movimento nell’azienda, ma non potevo prevedere tutto quanto sarebbe successo», si è difeso schietto Leuenberger. La rapidità con cui ora ha tolto la fiducia al vodese e proposto Hasler al Consiglio federale non cancella i danni causati da nove mesi di turbolenze: l’immagine e la credibilità dell’azienda ne hanno sofferto, in patria come all’estero, e tra i 45 mila impiegati della Posta in molti oggi sono comprensibilmente disorientati.
La partenza di Béglé non risolve neppure i problemi strategici dell’azienda e le riflessioni e il dibattito che il vodese ha cercato di portare dovranno essere ripresi a tempo debito. L’apertura del mercato e la concorrenza internazionale, il calo costante delle lettere e il finanziamento del servizio universale, la diversificazione dei prodotti e la ricerca di alleanze, sono tutte sfide che attendono ancora una risposta chiara.
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