

di GIANANDREA GAIANI - Il blitz effettuato lunedì scorso da un commando di una ventina di talebani nel cuore di Kabul, a pochi passi dal palazzo presidenziale, ha messo in luce la capacità dei ribelli di mettere in atto azioni clamorose, di grande visibilità mediatica e di grande imbarazzo per il presidente Hamid Karzai e le autorità governative. È evidente infatti che simili incursioni nell’area più protetta di Kabul, con uomini bomba che facendosi esplodere aprono la strada ai guerriglieri, sono possibili solo grazie alla complicità di funzionari delle forze governative, corrotti o simpatizzanti per i talebani.
Temi imbarazzanti per il presidente Karzai che ha infatti subito assicurato che «la situazione è sotto controllo» ma al tempo stesso ha dato ordine di rinforzare le misure di sicurezza nella capitale. L’intelligence alleato ritiene che questo tipo di incursioni siano organizzate nelle basi pakistane dalla rete jihadista di Jalaluddin Haqqani che negli ultimi mesi ha colpito anche a Khost, Gardez e Jalalabad impiegando simultaneamente kamikaze e gruppi di fuoco contro edifici governativi.
L’aspetto più evidente dell’escalation di attacchi talebani riguarda però la scarsa attenzione nei confronti dei civili. Non che i talebani si siano mai fatti scrupolo nell’impiegare la popolazione, inclusi i bambini, come scudi umani o kamikaze o nell’effettuare rappresaglie su villaggi inermi. Nell’ultimo anno però i miliziani hanno accentuato gli attentati e gli attacchi contro la popolazione, elemento che viene interpretato da molti come una reazione al sempre più ridotto sostegno popolare di cui godrebbero gli insorti. Di fronte al bilancio del raid di lunedì, 5 morti e 38 feriti oltre a 7 talebani uccisi, il comandante delle forze alleate, generale Stanley McChrystal, ha dichiarato che «questo attacco dei talebani fornisce una nuova dimostrazione della loro brutalità e del loro disprezzo per il popolo afghano». Dello stesso tenore il commento del segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, che ha accusato i ribelli di «disprezzo per la vita dei cittadini afghani».
Benché i media occidentali dedichino maggiore attenzione alle vittime civili provocate per errore dai raid arei alleati, i dati diffusi pochi giorni or sono dalla missione dell’ONU in Afghanistan (Unama) confermano che sono soprattutto i talebani i carnefici della popolazione afghana, e non certo per errore.
Nel 2009 le vittime civili del conflitto sono state 2.412, il 14 per cento in più rispetto al 2008 ma di questi ben il 70 per cento sono stati uccisi dai talebani: ben 1.630 civili dei quali oltre mille colpiti da ordigni stradali e attacchi suicidi. Secondo il rapporto dell’Unama, contestato dai talebani che lo giudica «inattendibile», le vittime dei ribelli sono aumentate del 41 per cento rispetto all’anno precedente mentre i civili uccisi dalle truppe alleate e afghane sono state 596 (359 a causa dei raid aerei) con un calo del 28% dal 2008. Un risultato che l’Unama attribuisce alle misure assunte dalla NATO per ridurre i «danni collaterali» che hanno però contribuito a un incremento delle perdite militari del 70 per cento rispetto al 2008.
L’anno scorso i caduti alleati sono stati 520 contro i 294 dell’anno precedente, ma se si considera che dal novembre 2001, quando iniziò il conflitto afghano, le perdite alleate sono di 1.567 soldati appare evidente che un terzo dei caduti si è registrato negli ultimi dodici mesi.
Ben 317 i soldati americani uccisi e 203 quelli degli altri 42 Paesi che aderiscono all’Isaf. Anche se i soli contingenti britannico e canadese hanno registrato rispettivamente 108 e 34 morti che sommati agli statunitensi portano a un totale di 460 caduti anglo-americani, il 90 per cento delle perdite alleate. La stessa percentuale che emerge analizzando le perdite subite in otto anni di guerra (948 statunitensi, 245 britannici e 138 canadesi) a conferma che, al di là delle chiacchiere degli europei, il peso del conflitto ricade quasi per intero su questi tre Paesi.
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