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Commenti CdT | Commento - 30 gen 2010 05:00

L'inflazione prossima ventura

Conseguenza delle recenti immense iniezioni monetarie

di PAOLO PAMINI - Nel 1976 Adriano Celentano cantava in Svalutation della lira che andava a pezzi. Tassi di inflazione del 10% non saranno fino ai primi anni Ottanta cosa strana in Europa. Alcuni indizi ci portano a pensare che quei tempi potrebbero presto in qualche modo tornare.
In Svizzera la base monetaria, cioè la moneta in senso stretto prodotta dalla Banca nazionale svizzera (BNS), è raddoppiata in quindici mesi. Da 45 miliardi di franchi nel terzo trimestre 2008 è passata a 89 mld lo scorso dicembre, dopo aver toccato in aprile 2009 il massimo storico di 118 mld di franchi. L’aggregato monetario M3, che misura tutti i possibili mezzi di pagamento a medio termine e che è il miglior previsore dell’inflazione, è passato nell’ultimo anno da 626 mld a 680 mld di franchi, aumentando dell’8%.
Questi dati trasmettono alcuni messaggi molto chiari. Il primo è che i crediti erogati dalla BNS alle banche commerciali finiscono oggi solo in modestissima misura nell’economia reale. Per paura del fallimento della controparte, le banche non si prestano più i soldi nemmeno tra di loro. D’altra parte, come in tutto il mondo, anche in Svizzera le banche preferiscono investire per conto proprio i soldi che ricevono dalla BNS, sperando di risanare i propri bilanci ridotti a brandelli dalla crisi finanziaria.
Non a caso, poche settimane fa la rivista britannica «The Economist» ha dedicato la copertina alla possibile sopravalutazione delle borse mondiali. Non appena le banche commerciali riprenderanno a concedere linee di credito ai privati, tuttavia, l’inflazione inizierebbe a bussare alle nostre porte.
Si potrebbe concedere che in quell’occasione le banche centrali tireranno l’abituale freno, alzando i tassi di interesse per ridurre i prestiti alle banche commerciali.
Al contrario del passato, questa volta potrebbe purtroppo non essere più possibile, perché l’innalzamento dei tassi di interesse mieterebbe parecchie vittime. Tra di queste, non stupirebbero alcuni Stati europei come Grecia, Irlanda, Italia, Spagna o Portogallo, che stanno toccando rapporti di debito pubblico rispetto al Prodotto interno lordo (PIL) viepiù insostenibili. Anche gli Stati Uniti non sono messi bene.
Nel recentissimo libro Die Inflation kommt (arriva l’inflazione), l’analista tedesco Stefan Risse ci rende attenti che negli USA il debito complessivo (persone, aziende e Stato) ha superato il 375% del PIL. Gli economisti basilesi Frank Bodmer e Silvio Borner sottolineano nel loro ultimo libro Crash che il solo debito statale americano sta toccando il 100% del PIL. Questa soglia l’Italia l’ha già passata da più di tre anni. Tempo fa Maastricht sognava ancora un ingenuo 60%.
Tali livelli di indebitamento statale fanno sì che con l’aumentare dei tassi di interesse cresca ulteriormente l’indebitamento stesso, solo per far fronte alla spesa degli interessi. Inoltre, queste statistiche sono fin troppo ottimistiche, poiché manca oggi a bilancio il debito statale implicito nei futuri pagamenti di pensioni e sanità.
Il selvaggio indebitamento rispetto al PIL sta diventando strutturalmente insostenibile in tutti i moderni Stati sociali. Poiché il PIL non cresce a comando, l’unica soluzione sta nella riduzione del debito pubblico in termini reali.
Tagli netti alla spesa pubblica sono politicamente improbabili. L’aumento della pressione fiscale? Difficile, visti i già alti livelli e la mobilità dei fattori di produzione. Rimane così una sola alternativa: una decina di anni di inflazione all’8% equivarrebbero, in termini reali, al dimezzamento del debito pubblico e al ritorno a livelli più sostenibili. Il ragionamento riguarda sia gli Stati Uniti sia gli Stati europei. Secondo www. shadowstats.com la vera inflazione annua americana è peraltro dal 2005 già stata maggiore del 10%, eccetto un 7% nel 2009.
In conclusione, non solo è probabile che le immense iniezioni monetarie degli ultimi due anni sfocino da qui a pochi anni in alti tassi d’inflazione. L’aumento generale dei prezzi sembrerebbe addirittura essere la comoda ed unica via d’uscita che risanerebbe i disastrati bilanci degli Stati sociali occidentali a spese di risparmiatori e beneficiari di rendite fisse (pensionati e salariati). Oltre a vivere alle sue spalle, la cicala si farà pure beffa della prudente formica.

Paolo Pamini, economista, ETHZ e Liberales Institut

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