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Il lutto ai tempi di Facebook
La morte e il permanente conflitto tra cultura e natura
2 feb 2010 05:19 | Commenti CdT / Commento
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di MATILDE CASASOPRA - C’è una parola, apparentemente cancellata dalla società globalizzata, che invece la permea, la pervade, l’affascina. Una parola che, inserita in italiano in Google, produce 48 milioni e 800 mila link di riferimento. Una parola che, anche nelle ricerche svolte all’interno del sito del CdT, risulta regina. La parola è «morte». Subito dietro lei ci sono: «morti» e «funebri».
Ha resistito a tutto. Continua a sfidare tutti. Lei, la morte, è - e resta - il «documento del permanente conflitto tra natura e cultura». Quest’ultima tesa a ghermire l’immortalità. L’altra, la natura, a riaffermare la generale caducità. In mezzo l’umanità. Ma... «mentre il sole sorge, passa e tuttavia ritorna, e così pure la luna, soltanto l’uomo nasce, passa e non ritorna più». Questo, da sempre e come sempre, il cuore, lacerante, della questione. La storia dell’uomo altro non è se non la storia di una battaglia, mai vinta, con la morte. Non quella del cavaliere che la sfida in una memorabile partita a scacchi davanti al mare, ma quella quotidiana di chi, all’altrui morte, è chiamato a sopravvivere. I tecnici chiamano questa battaglia «elaborazione del lutto». Luoghi privati (la casa), misti (il quartiere) e pubblici (chiesa, cimitero) i percorsi dell’elaborazione, ciascuno attraversato da controlli rituali del patire. Queste le armi usate dall’uomo nella battaglia con la morte. Tra queste anche il lamento funebre: il voceri in Corsica, l’attitidos in Sardegna, l’endechas nella Penisola iberica, il bocet in Romania, il ripitu in Sicilia. Lamenti, pianti, verbalizzazioni di un dolore profondo, che si rincorrono secondo una ritmica globale. Ogni angolo del mondo ha il suo lamento, la sua campana a morto, il suo luogo preposto a piangere e ricordare. Qualcuno dice: «aveva». Poi aggiunge che: «oggi si è perso tutto. La condivisione del lutto è impossibile. L’elaborazione del lutto non si può  più fare». Non è così. Ernesto De Martino, era il 1958, aveva ragione. «La vita culturale di tutti i tempi e di tutti i luoghi ha messo a disposizione degli individui vari sistemi tecnici per facilitare il lavoro del cordoglio, cioè per riprendere le tentazioni della crisi e ridischiuderle al mondo dei valori». Il luogo pubblico nel quale elaborare il lutto oggi ha un nome: Facebook. Qui i R.I.P., i cuoricini, i video di youtube si rincorrono per ricordare un angelo e stringersi attorno a una famiglia distrutta dal dolore. «Kengo - dice il parroco di Melide - adesso Facebook è il modo per scriverti. Ti conosco da tanto, qui alla Spina, ma forse solo ora, dalle parole dei tuoi amici, capisco qualcosa di te. Scusami! Ragazzo del mistero! Ti sei portato via tutto il tesoro che eri. Perché?». E torna alla mente il lamento funebre aquilano del secolo scorso - «Mara mè! Mara mè! Pecché si mortu? Tanta zalata tu ci avii nell’ortu (...)» -. Torna alla mente la rielaborazione sanremese («Maramao perché sei morto?»). Torna alla mente il problema irrisolto dello «scandalo del morire naturale». Come chiameranno, i figli dei nostri figli, l’elaborazione del lutto su Facebook?

Matilde Casasopra
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