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L'imperscrutabile realtà iraniana
Missili "pacifici" e uranio arricchito solo un po'
6 feb 2010 05:00 | Commenti CdT / Commento
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di SERGIO ROMANO - Nella sua interminabile partita con gli Stati Uniti e altri paesi occidentali, l’Iran, negli scorsi giorni, ha fatto due mosse. Ha lanciato un missile e ha annunciato, per bocca del presidente Ahmandinejad, che l’Iran è disposto a consentire che il suo uranio, dopo essere stato parzialmente arricchito in patria, venga inviato all’estero (verosimilmente Francia e Russia) per un trattamento definitivo. Il missile appartiene al programma spaziale dell’Iran e non ha, secondo Teheran, finalità militari.
L’arricchimento dell’uranio all’estero era stato proposto e accettato da Teheran qualche mese fa, all’inizio dell’ultima tornata negoziale, ma successivamente respinto. A prima vista, quindi, le due mosse iraniane potrebbero essere interpretate come segnali concilianti, lanciati per rendere possibile la ripresa dei negoziati. Ma i negoziatori occidentali osservano che un missile, anche se destinato a esperimenti spaziali, è pur sempre un missile e può servire a trasportare ordigni nucleari. Prendono nota delle dichiarazioni di Ahmadinejad sull’arricchimento dell’uranio, ma sostengono che i ripensamenti e i passi avanti seguiti da un passo indietro appartengono allo stile della diplomazia iraniana. Le due interpretazioni – quella positiva e quella negativa – sono quindi altrettanto plausibili.
Prima di arrivare alla conclusione che le trattative sono diventate nuovamente possibili, occorrerebbero altre prove tra cui principalmente alcune formali proposte iraniane da cui risulti con chiarezza quali siano le reali intenzioni del regime degli Ayatollah.
È possibile che questo accada, ma temo che dovremo accontentarci per il momento delle due mosse delle scorse settimane. Può darsi che il governo di Teheran non intenda scoprire tutte le sue carte, e può darsi che non sia in condizione di farlo. Siamo di fronte all’Iran, per molti aspetti, nella posizione in cui fummo di fronte alla Cina durante la rivoluzione culturale. Sappiamo che il Paese sta attraversando, dopo le elezioni, una crisi politica e istituzionale. Intravediamo fazioni, gruppi di potere, divisioni all’interno dell’establishment clericale. Ci sembra che vi siano forze decise a rinnovare e a modernizzare il regime senza intaccare i principi della rivoluzione islamica, forze conservatrici che temono qualsiasi cambiamento, forze più radicali che vogliono ridurre considerevolmente il potere del clero e dare maggiore autorità ai veterani della guerra combattuta contro l’Iraq fra il 1980 e il 1988.
Non è tutto. Possiamo anche immaginare che la politica estera, in questo confuso contesto, venga usata come strumento di battaglia tra le fazioni che si contendono il controllo del Paese. Trattare con l’America «imperialista», ad esempio. può essere rappresentato dai conservatori come un tradimento dell’interesse nazionale. Ma come in Cina all’epoca della rivoluzione culturale, così anche in Iran esistono probabilmente persone e istituzioni che devono salvaguardare gli interessi dell’Iran nel mondo ed evitare per esempio nuovi sanzioni. Occorre qualcuno al timone, in altre parole, anche quando i marinai hanno smesso di remare. Nella Cina della rivoluzione culturale questa persona fu Ciu en-lai. Nell’Iran d’oggi potrebbe essere, paradossalmente, Ahmadinejad. Noi, nel frattempo, possiamo soltanto restare alla finestra ed evitare di prendere iniziative che possano giovare alla fazione peggiore della politica iraniana. Parole come quelle del presidente del Consiglio italiano a Gerusalemme servono a ravvivare il fuoco, non a spegnerlo.

Sergio Romano
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