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Ticino senza idee?
Intanto cerchiamo di svolgere meglio i «piccoli compiti»
9 feb 2010 05:01 | Commenti CdT / Commento
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di LUIGI PEDRAZZINI - Merita attenzione il dibattito lanciato venerdì dal vicedirettore di questo giornale Fabio Pontiggia. La sua tesi è in sostanza che la politica cantonale non è stata capace in questi ultimi anni di esprimere idee, visioni, anche se ne avrebbe avuto, più che mai, la necessità per affrontare una crisi che sta indebolendo la solidità dei pilastri sui quali abbiamo costruito le nostre fortune economiche negli ultimi decenni. Non si può dire che abbia torto, anche se non credo abbia, per le ragioni che spiegherò successivamente, completamente ragione. Esiste in Ticino un’evidente carenza di progetti condivisi (in occasione del recente dibattito promosso da Coscienza Svizzera sulle relazioni con Berna, la consigliera nazionale Marina Carobbio ha posto sostanzialmente la domanda: ma quale Ticino vogliamo presentare oltralpe?). Occorrerebbe però in primo luogo cercare di capire se una delle ragioni che ci ha condotto in questa situazione difficile non vada individuata nel progressivo smantellamento – avvenuto negli anni Novanta - delle strutture e delle procedure che erano state create una decina d’anni prima per consentire una corretta applicazione della legge sulla pianificazione cantonale.
Le idee, le visioni – quelle serie, intendo – non sono frutto soltanto di felice intuito, ma anche di rigorosa conoscenza delle situazioni. C’era una volta, per esempio, l’Ufficio delle ricerche economiche, strumento di governo importante. Oggi l’IRE non mi sembra svolgere le medesime mansioni, e credo sia legittimo sentire la mancanza di un istituto che riesca ad approfondire i problemi, anche in termini provocatori, a beneficio della politica e delle sue scelte. Ma questo è un altro discorso.
Ritornando invece al tema del «Ticino senza idee», non vorrei che mettendoci tutti d’accordo sul fatto che attualmente non abbiamo grandi visioni, ci creassimo un alibi per rifiutare scelte politiche che forse non hanno il pregio dell’innovazione e della fantasia, ma che oggi a mio giudizio appaiono molto importanti per sostenere lo sviluppo dell’economia e mantenere attrattiva la nostra piazza finanziaria, anche se dovesse venir meno, come molto lascia ormai ritenere, la possibilità di opporre il segreto bancario alle autorità fiscali straniere.
Io continuo a pensare, ad esempio, che una buona via per mantenere competitivo il Cantone sia quella di dare alla nostra popolazione e ai nostri ospiti (imprenditori, investitori) un’elevata qualità della sicurezza. Partiamo, nella fattispecie, da un livello oggettivamente elevato, ma non possiamo dormire sugli allori. Per questo non perdo occasione per sollecitare un potenziamento delle forze di polizia a livello cantonale e comunale. Certo si dirà che questa non è una «grande» idea, ma, ripeto, penso sia comunque qualcosa d’importante, da non sottovalutare.
Allo stesso modo ritengo che dobbiamo in questi anni lavorare per migliorare ulteriormente la qualità e la rapidità dei servizi in ogni ambito. Anche in questo campo (pensando alla sanità, alla puntualità dei trasporti, all’affidabilità delle reti di comunicazione) siamo fra i primi della classe, e dobbiamo fare di tutto per rimanerci. Così come dobbiamo migliorare ulteriormente le prestazioni dei servizi amministrativi, puntando a migliorarne la puntualità e l’efficacia e a ridurne i costi. Idea, anche questa, poco geniale e non nuova, ma che arrischia di giovare molto all’attrattiva della nostra piazza finanziaria ed economica.
È poi difficile per me non ricordare in questo contesto argomentativo il discorso delle aggregazioni dei comuni, quale premessa per avere enti locali che sappiano affrontare in modo più dinamico e incisivo i problemi dello sviluppo e farsi promotori (come sanno fare in modo esemplare la nuova Lugano e la nuova Mendrisio) di progetti molto interessanti anche per lo sviluppo dell’economia non solo locale, ma cantonale. Pure da questo punto di vista non dico nulla di nuovo, ma certo rimane ancora molto da fare, soprattutto nel Sopraceneri! Non dimentichiamo poi la qualità del nostro territorio quale elemento che può oggi fare la differenza anche in termini di competitività, oltre che di qualità della vita.
Potrei continuare, parlando della politica sociale (che dovrebbe essere più efficace e mirata) come elemento importante di stabilità per il sistema della nostra convivenza civile e, quindi, delle nostre stesse strutture politiche, oppure della formazione quale premessa di fondamentale importanza per il nostro sviluppo. Mi ritroverei però sempre a parlare, nella sostanza delle cose, di «vecchie idee», non di «nuove»… Ma forse è proprio questo il punto: in attesa di trovare grandi progetti, perché non ci mettiamo d’accordo e cerchiamo piuttosto di svolgere meglio i «piccoli compiti»?

Luigi Pedrazzini, consigliere di Stato

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