

di ROCCO BIANCHI - E così la Libia ha deciso di internazionalizzare il conflitto con la Svizzera. Non che sia una novità. Ci aveva già provato un paio di volte, dapprima in maniera aneddotica tentando di sottoporre all’Assemblea generale dell’ONU lo smembramento della Confederazione tra i suoi Stati confinanti, poi, più seriamente, subito dopo la votazione sul divieto dei minareti agitando, ad uso e consumo soprattutto dei Paesi arabi e musulmani, lo spauracchio di uno Stato islamofobico e razzista. Senza successo.
Allora si era ancora però in piena crisi, con i nostri due ostaggi o scomparsi o appena riapparsi dal «rapimento» e condannati a pesanti pene detentive, e l’accordo raggiunto in estate al prezzo della pubblica umiliazione del nostro presidente disatteso, dunque di fatto caduco; oggi invece, con Rachid Hamdani assolto da ogni accusa e Max Göldi condannato a una multa e a 4 mesi di prigione praticamente già scontati, si pensava che la via della normalizzazione fosse ormai definitivamente imboccata. E invece no.
Difficile dire come andrà a finire adesso questa vicenda, anche perché tutto quello che riguarda Gheddafi porta con sé un forte carattere di imprevedibilità. In questo senso capire i motivi che hanno portato Tripoli ad alzare nuovamente il livello dello scontro, giocando per di più l’azzardo del coinvolgimento diretto dell’Unione europea, potrebbe aiutare. Anche perché sottovalutare le bizze del leader libico, che sembra godere nel farsi passare per pazzo ma che certamente pazzo non è, riconducendo questa sua ultima bizzarria ad altre sue precedenti iniziative estemporanee, come la reintroduzione nel 2007 della norma che imponeva la traduzione in arabo dei passaporti stranieri e che chiuse di fatto per giorni le frontiere, rischia di essere sbagliato e pericoloso.
Già smentita quella avanzata ieri da due quotidiani romandi (un gesto di irritazione per il divieto imposto a uno dei figli di partecipare al recente festival del cinema di Berlino), l’ipotesi più accreditata al momento è che dopo le sentenze semiassolutorie verso i due ostaggi elvetici la Libia si aspettasse dalla Svizzera qualcosa, un gesto che evidentemente non è arrivato o è arrivato solo in parte. Anche perché Berna, ormai ammaestrata, ha imparato a non fidarsi delle promesse del clan Gheddafi, per cui attende il gesto concreto e definitivo prima di muoversi. In soldoni, il ritorno a casa di Göldi e Hamdani.
La mossa di Gheddafi sembra insomma essere finalizzata a ottenere il massimo possibile, e rientrerebbe dunque nella più ampia strategia di questa intricata partita diplomatica a scacchi. Un gioco in cui, è bene non dimenticarlo, la «guida della rivoluzione» è abilissimo. E lo ha ampiamente dimostrato in passato, sopravvivendo all’ostracismo internazionale e alle sanzioni statunitensi e ONU post attentato di Lockerbie. Senza per di più apparentemente troppo patire, che la Libia per gli standard nordafricani sicuramente non è un Paese povero, anzi. E senza contare gli altri atout di cui dispone sul piano internazionale: una posizione strategica invidiabile, un contributo importante alla lotta all’estremismo islamico e un potenziale energetico di primordine. Piegare la Libia sembra insomma utopia.
Lo sa l’Italia, il suo maggiore partner economico e che difatti è immediatamente diventato il suo principale sponsor politico e avvocato difensore. Difficile tuttavia che Roma possa andare oltre un certo livello, un po’ perché Schengen è pur sempre formalmente questione europea, un po’ perché il Governo italiano è tutt’altro che unito, con gli ex AN da sempre poco inclini a fare concessioni all’ex colonia e la Lega non certo pronta a schierarsi risolutamente dalla parte di un arabo contro la «madre di tutti i federalismi», la Svizzera. La posizione italiana si chiarirà meglio oggi, al termine dell’incontro che il ministro degli Esteri Franco Frattini avrà con i suoi omologhi di Libia e Malta, l’unico altro Paese europeo finora schieratosi apertamente dalla parte di Tripoli.
La posizione dell’UE invece inizierà a precisarsi domani, dopo la riunione della Commissione europea e dei Paesi aderenti all’area di Schengen. L’idea di Frattini di inserire un’eccezione nel trattato sembra comunque inattuabile, stando per lo meno a quanto ha lasciato intendere al nostro giornale Michele Cercone, portavoce del commissario agli affari interni Cecilia Malmstrom.
Certo che il Consiglio federale, che si riunirà pure lui oggi e che certamente ne discuterà, dovrà attendersi un aumento delle pressioni europee per giungere a un compromesso – da questo punto di vista il timing scelto da Gheddafi per calare la sua carta, con la Svizzera impegnata in un duro conflitto fiscal-finanziario con molti Stati europei di primo piano, è stato perfetto – ma è difficile che, almeno in un primo momento e malgrado gli «intensi contatti in corso» con le parti, Bruxelles arrivi ad alzare pubblicamente i toni o che propenda apertamente per uno Stato extraeuropeo. Ne va della sua credibilità, sia in politica interna che in quella estera.
In questo senso anzi la Svizzera potrebbe approfittare dell’occasione per cercare di riposizionarsi in maniera più vantaggiosa negli altri contenziosi aperti con l’UE. Facendo ben attenzione tuttavia da una parte a non dare l’impressione di cedere nuovamente alle pressioni internazionali, dall’altra a non tirare troppo la corda, che fra i milioni di Gheddafi e la coerenza di un trattato e la solidarietà alla fine molti dei nostri vicini potrebbero essere tentati di scegliere la prima opzione.
Alla diplomazia elvetica spetta dunque il compito di trovare un difficile equilibrio tra rigidità e pragmatismo. Vi riuscisse, potrebbe trasformare la mossa di Tripoli in un clamoroso autogoal.
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