

di MATILDE CASASOPRA - «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde» (Genesi, 29-30).
Le parole riportate sono quelle del Dio della cultura monoteista. Valgono per ebrei, cristiani e musulmani. È vero, quando quel Dio le pronuncia, uomo e donna non si sono ancora avventurati nel fatal morso del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Dio dunque parla in una situazione di ordine. Tutto è bello, e calmo, e armonico. I lucci non mangiano le alborelle, i piccioni non sporcano le facciate degli edifici, il gatto non dà la caccia al topo. Il sole sorge e tramonta su un universo di pace. A scombinare tutto, però, ecco i progenitori che decidono di disubbidire al babbo e rubano... la mela. È vero, lui, il babbo-Dio, è «lento all’ira e grande nell’amore» (Salmo 103), ma... essere lenti non vuole ancor dire essere incapaci di arrabbiarsi. Così l’ordine si trasforma in disordine. Non più l’Eden come casa, ma un «suolo maledetto» che produce «spine e cardi» e come cibo l’ «erba campestre» e come destino la fatica, il sudore, il dolore «finché tornerai alla terra, perché (...) polvere tu sei e in polvere tornerai!».
È in questo disordine che l’uomo sviluppa le sue caratteristiche: quelle legate all’intelletto e alla ratio, ma anche quelle legate al soddisfacimento dei bisogni primari. Di mangiare spine, cardi ed erba campestre si stufa presto e così... inventa la caccia. Poi - pare fosse in manco di vitamine - decide che anche l’erba non è male e così, dalla caccia, torna con animali morti, ma anche vivi. Questi ultimi diventano gli schiavi che, per lui, arano i campi. Poi trova quelli che gli curano, abbaiando, la proprietà e quelli che gli permettono di spostarsi senza sforzo. Su su fino a quelli che gli forniscono la materia prima per torte e bigné e quelli che, in laboratorio, gli possono servire per sperimentare nuovi preparati chimici in grado di allungargli la vita. L’uomo metro e misura di tutte le cose ha deciso, de facto, nel suo «governare la terra», che tutte le altre «creature» fossero solo cose. Ed è come tali che le tratta. In un crescendo di perversioni e di scarico delle frustrazioni.
Gli esempi non mancano, neppure in Ticino: dal gatto avvelenato con la meta (ne avete mai visto morire uno?) a quello bollito vivo; dalla cornacchia decapitata e mutilata degli arti, al cane tenuto alla catena corta per dodici anni; dalla mucca dimenticata nella stalla per una settimana con le mammelle gonfie di latte e il suo vitellino morto, alla rana con le zampe tagliate «perché continuano a muoversi ugualmente», alla testa del dogo argentino usata come portacenere. Certo, conseguenze inevitabili del disordine succeduto all’ordine per lenta - e implacabile - ira divina. Ci mancherebbe! Nessuna colpa per l’uomo. Ma... visto che gli animali di colpe proprio non ne hanno, almeno un avvocato, per loro, per tutti loro, perché possano difendersi dall’uomo, da questo genere di uomini, non glielo vogliamo proprio dare?
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