
di TARCISIO BULLO - Nell’ultima gara che ci vedeva in gioco si è infranto il sogno rossocrociato di conquistare la decima medaglia olimpica: commiato amaro per Dario Cologna, caduto mentre abbordava l’ultima curva della 50 km di fondo e stava per lanciare lo sprint che avrebbe potuto portarlo un’altra volta sul podio.
Si torna a casa, dunque, con nove medaglie, che non sono poche, ma nemmeno tante. Una più, una meno, sono quelle che ci si aspettava, ma poiché un evento universale e mediatizzato come i Giochi olimpici rappresenta una vetrina importantissima aperta sul mondo, questo risultato contribuisce a dare una lustratina all’immagine del nostro Paese, che, come noto, di questi tempi se la passa tutt’altro che bene.
Se lo stato di salute di una nazione si può misurare anche attraverso i successi dei suoi sportivi, non v’è dubbio che Vancouver ci offra in questo senso molte consolazioni. Anche perché i successi dei nostri atleti delle nevi ci dicono che la Svizzera nello sport non ha soltanto Roger Federer e magari Fabian Cancellara come suoi ambasciatori, ma pure una serie di altri campioni che sono riusciti ad emergere grazie al loro talento, al coraggio, all’umiltà, all’ambizione e ad un lavoro meticoloso, che in qualche caso ha coinvolto pure le nostre università e i nostri politecnici federali. Perché al giorno d’oggi un oro olimpico non si conquista improvvisando, ma rappresenta il risultato di una lunga e accurata preparazione.
Da Simon Amman a Carlo Janka, passando per Défago, Cologna e i ragazzi del curling, siamo in presenza di campioni che ci hanno fatto sperare, trepidare, emozionare e gioire. Dietro c’era una nazione intera, orgogliosa dei loro successi, e così anche il nostro ministro dello Sport, Ueli Maurer, ha riconosciuto il ruolo che gli sportivi e i loro trionfi assumono nell’unire una popolazione e nel veicolare all’estero l’immagine di un paese. Non solo, ma in una recente intervista Maurer ha dichiarato che i politici «non hanno fatto quasi nulla per lo sport d’élite» promettendo di volersi impegnare per cambiare un atteggiamento che tendenzialmente da anni va incontro unicamente alle esigenze dello sport di base, senza capire che il legame tra questi due segmenti è strettissimo e che allo sport d’élite va garantito un giusto sostegno, al di là delle parole.
Se davvero in futuro cambierà qualcosa lo proveranno i fatti, ma già soltanto aver riconosciuto pubblicamente che esiste un problema in questo senso, ci sembra un cambiamento epocale per la politica svizzera.
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