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Commenti CdT | Commento - 5 mar 2010 05:09

Attributi, diritto e Svizzera

Quel piccolo Paese che sa dire "no" alle black list

di MATILDE CASASOPRA  -  La Svizzera è uno Stato di diritto impegnato nella difesa e nella salvaguardia delle libertà fondamentali dei propri cittadini. Diciamo subito che quel «diritto» è un attributo della Svizzera, ovvero una sua proprietà essenziale. Sono invece proprietà essenziali del cittadino-individuo le «libertà fondamentali»: iscritte, in Europa per la prima volta nel 1789, nella «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino» e poi perfezionate - e rese universali - dalle Nazioni Unite (ora Organizzazione delle Nazioni Unite, detta ONU) il 10 dicembre del 1948 nella «Dichiarazione dei diritti umani». È questa, forse, l’unica dichiarazione, l’unica legge, per la quale tutti gli uomini, indistintamente, dovrebbero sentirsi in dovere di impegnarsi, vigilare e battersi. Certo, per farlo occorre pensare che tutti gli uomini siano uguali nei loro diritti. Occorre «aver fame e sete di giustizia». Occorre rifuggire il facile consenso, il successo immediato. Occorre resistere alla tentazione del principio della fisica che recita che «ad ogni azione corrisponde una reazione». Occorre, insomma, anteporre la cultura alla natura.
Non ne fu capace George Walker Bush, 43.esimo presidente degli Stati Uniti d’America, all’indomani dell’attentato terroristico alle torri gemelle.  Forte dell’influenza del suo Paese, riuscì ad ottenere dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’iscrizione, in una lista nera, di persone «sospettate» di essere fiancheggiatrici o finanziatrici del terrorismo internazionale. Prove a sostegno della richiesta? In alcuni casi: poche. In moltissimi altri: nessuna. Risultato? Comuni cittadini privati, da un giorno all’altro, delle loro libertà fondamentali; dei loro diritti.
Facile, a dieci anni di distanza, ammettere che fu un atto liberticida (sebbene il «Patriot Act» - anch’esso voluto, allora, da Bush - sia stato ereditato e mantenuto da Barack Obama). Più difficile, in quegli anni, mettersi a fianco di uomini segregati in casa, messi in condizione di non potersi difendere perché uno solo era il capo d’accusa: «sei sulla black list e, se sei lì, qualcosa devi pure aver fatto».
«Non per un uomo, ma per la giustizia», ci disse, nel 2006, il senatore Dick Marty quando cominciò ad occuparsi del caso di uno degli uomini - Youssef Nada - iscritti nella «black list». Obiettivo: il riconoscimento del valore inalienabile delle libertà fondamentali di ogni uomo. La strategia: usare gli strumenti garantiti dalla Svizzera, Stato di diritto, per raggiungerlo. Un passo per volta, senza clamore, senza applausi, senza generale consenso. Non si può cambiare il mondo, certo, ma si può chiedere che il mondo rispetti le leggi di uno Stato di diritto. A giungo 2009 la mozione. A settembre 2009 l’approvazione, all’unanimità e contro il parere del Consiglio federale, da parte del Consiglio degli Stati. Ieri, a larga maggioranza, l’approvazione del Consiglio nazionale. Il Consiglio federale comunicherà pertanto alle Nazioni Unite che la Svizzera non applicherà più le sanzioni del Consiglio di sicurezza se le persone che figurano nelle liste del terrorismo da oltre tre anni non sono ancora state deferite alla giustizia; se non hanno avuto la possibilità di ricorrere davanti ad un'autorità indipendente; se nei loro confronti non è stata formulata alcuna accusa da un'autorità giudiziaria. La piccola Svizzera, grazie anche al piccolo Ticino, ha insomma detto «stop alle liste nere».
Il piccolo Paese schiacciato tra Paesi arabi e presunte frodi fiscali ha riaffermato la sua grandezza. Solo così, pensiamo, la Svizzera può fare la differenza: non tessendo improbabili trattative politico-diplomatiche o porgendo patetiche scuse, ma mostrando gli attributi. Quelli migliori.

5.03.2010 - 05:09
Matilde Casasopra | Aggiornamento: 5 mar 2010 07:54
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