

di SERGIO ROMANO - Quando parliamo della Grecia e dei suoi travagli finanziari dovremmo ricordare che esistono in realtà due crisi. La prima è nazionale. Il Paese ha un sistema politico clientelare, ha vissuto al di sopra dei propri mezzi, ha fatto un cattivo uso degli aiuti comunitari, è afflitto dalla piaga della corruzione e ha nascosto i propri debiti con artifici contabili che hanno ingannato, anzitutto, se stesso.
George Papandreou ha avuto il merito di ammetterlo pubblicamente e di avviare una coraggiosa politica di risanamento finanziario. Ma le sue misure avranno inevitabilmente l’effetto, almeno in una prima fase, di deprimere ulteriormente lo stato dell’economia, ridurre il gettito fiscale e creare un forte malumore sociale. Per parecchi mesi il governo greco dovrà avanzare su una strada stretta fra due cerberi altrettanto ringhiosi: i mercati finanziari, dove verrà spietatamente misurata ogni giorno la credibilità del governo, e la piazza, dove si daranno appuntamento gli operai, gli impiegati della funzione pubblica, i pensionati e quei gruppi anarchici che hanno la pessima abitudine di trasformare Atene in un campo di battaglia.
La seconda crisi è europea e investe tutte le istituzioni dell’Unione, dalla Commissione al Parlamento, dalla Banca centrale di Francoforte al consiglio dei ministri delle finanze della zona euro (Eurofin). L’Europa sapeva che l’adozione della moneta unica per un gruppo di paesi privi di un comune governo economico e di un bilancio federale era, a dir poco, imprudente. Ma i paesi maggiori, e in particolare la Germania, non erano disposti, in quel momento, a cedere un’altra quota di sovranità nazionale e a sopportare il costo di eventuali salvataggi. Fu deciso che al posto del governo comune vi sarebbe stato una sorta di codice penale (il patto di stabilità) e che i trasgressori sarebbero stati puniti con pesanti ammende. Avevamo capito da tempo che non è sensato imporre una multa a chi ha già sulle proprie spalle un debito pubblico da finanziare ogni anno con l’emissione di nuovi bond.
Ma le gelosie nazionali, la miopia dei governi e gli umori di un elettorato poco incline a pagare per gli errori degli altri hanno creato la falsa impressione che le scomuniche sarebbero bastate da sole a rimettere il peccatore sulla retta via. Gli avvenimenti degli scorsi mesi hanno stracciato il velo delle ipocrisie e messo a nudo le reali condizioni dell’Unione europea. È giusto premere sul governo di Atene perché si assuma le proprie responsabilità. Ma è stupido ignorare che i problemi greci sono diventati i nostri problemi. Ne abbiamo avuto la conferma quando abbiamo cominciato a calcolare i danni che la bancarotta della Grecia avrebbe provocato al sistema bancario europeo e abbiamo constatato le perdite dell’euro rispetto al dollaro (il 10% in tre mesi). I paesi dell’Ue non potranno limitarsi a impartire lezioni da fuori campo.
Devono dare alla Grecia gli aiuti che le consentano di perseguire contemporaneamente due risultati: il risanamento dei conti pubblici e il rilancio dell’economia nazionale. E dovranno dare a questi aiuti un carattere europeo. Solidarietà, cooperazione e coordinamento sono ormai parole vecchie dietro le quali si nasconde spesso il desiderio di evitare istituzioni e responsabilità comuni. Possono servire a risolvere, prima o dopo, la crisi della Grecia. Non risolveranno quella dell’Europa.
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