

di MORENO BERNASCONI - Che la crisi economico-finanziaria e la conseguente sfiducia verso manager e gestori patrimoniali, nonché verso il Consiglio federale, abbiano contribuito al risultato di ieri è fuori dubbio, ma queste ragioni spiegano solo in parte il NO secco del Popolo alla riduzione del tasso di conversione del secondo pilastro. La campagna efficacissima di sinistra e sindacati – condotta con forti accenti populistici contro gli assicuratori – ha portato anch’essa acqua al mulino dei promotori del referendum. Ma da sola non spiega l’ampiezza di una sconfitta da parte del Consiglio federale e della maggioranza del Parlamento che ha il sapore di una vera e propria Caporetto. La verità è che il voto di ieri riecheggia – leggermente amplificato – quello del 2004 sull’AVS: 68% di NO alla riforma del primo pilastro, 72% di NO alla riforma del secondo pilastro. Il segnale è inequivocabile: il popolo svizzero non ha intenzione di ridurre le proprie pensioni. E se il sistema previdenziale non è più in grado di far fronte alle nuove sfide (demografia, aumento della speranza di vita e rendimento dei capitali), allora si riformi il sistema anziché ritoccare verso il basso le rendite.
Se il messaggio del popolo appare chiaro, la sua traduzione è tutt’altro che facile, perché non basta decidere per decreto che le pensioni non si toccano. Bisogna anche trovare i soldi per spalmare su un periodo più lungo rendite equivalenti e per far fronte a periodi di rendimento ridotto dei capitali pensionistici sul mercato finanziario. È possibile che la riduzione dei costi amministrativi della gestione dei capitali previdenziali da parte degli assicuratori privati permetta di risparmiare somme importanti a tutto vantaggio degli assicurati. Se Governo e Parlamento avessero varato prima misure incisive in questo campo (come in quello della trasparenza dei conti degli assicuratori chiamati a gestire i capitali pensionistici), il referendum non sarebbe stato inevitabile e/o il risultato delle urne non sarebbe stato identico. Analogamente, è possibile che il rendimento dei capitali stia già riprendendo l’ascensore dopo il picco della crisi finanziaria nel 2008 e che quindi il tasso di conversione del 6,8% basti a far girare la macchina del secondo pilastro. Speriamo. Il Consiglio federale è chiamato a riesaminare la situazione ogni cinque anni e quando lo farà la prossima volta si potrà giudicare meglio quali saranno stati gli effetti della prima riduzione del tasso di conversione dal 7,2% al 6,8%. Ma tutto ciò basterà a garantire il funzionamento del sistema previdenziale svizzero? Se non si trovano compromessi intelligenti e se ognuno non si assume la propria parte di responsabilità, lo scontro politico sul sistema pensionistico rischia la paralisi come quello sanitario. Ben venga quindi l’altolà del popolo se ciò contribuirà a spingere anche gli assicuratori a fare la loro parte. Ma a patto che gli assicurati, le imprese e i partiti politici siano disposti ad assumersi le proprie responsabilità di fronte ad un welfare che va ripensato tenendo conto di fattori nuovi e irreversibili che cambiano i rapporti di solidarietà sociale (e finanziaria).
È ragionevole (e finanziariamente sostenibile) che un numero sempre minore di attivi finanzi un numero sempre maggiore di anziani e di grandi anziani? È ragionevole che per mantenere intatte le pensioni si vada a gravare ancora di più sui salari di chi oggi mantiene a fatica una famiglia? È ragionevole blindare a 65 anni l’età del pensionamento quando la vita media si allunga e la maggioranza dei Governi occidentali (anche socialdemocratici) si orientano verso pensionamenti a 67 o 70 anni?
Se stanno queste domande, occorre contemporaneamente far notare agli ambienti economici e ai partiti che li rappresentano che non è sopportabile per il sistema sociale nel suo insieme una riduzione delle rendite pensionistiche al di sotto di una soglia di tolleranza minima, poiché ciò finirebbe per aumentare le prestazioni complementari e graverebbe su Cantoni e Comuni. Non è pensabile mettere in disoccupazione gli ultracinquantenni per sostituirli con giovani che costano meno. Non è politicamente sostenibile bocciare sistemi di pensionamento flessibile che non siano equi. Se non si vuole finire in un vicolo cieco, urge da parte delle forze politiche la capacità di trovare un compromesso sul welfare uscendo dalla logica dello scontro a muso duro.
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