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Commenti CdT | Commento - 10 mar 2010 05:00

Nigeria: violenza pseudoreligiosa

Situazione ingestibile in un Paese che conta 250 etnie

di ALESSANDRO LETO - Il recente massacro di cristiani ad opera di mussulmani (che segue quello di gennaio a parti inverse) nello Stato centrale del Plateau in Nigeria, solleva il velo su una situazione ormai ingestibile che rischia di mettere letteralmente a ferro e fuoco l’intero Paese e le aree circostanti. Non si tratta infatti dei soliti scontri di frontiera fra il sud cristiano ed il nord mussulmano, ma di una verticalizzazione della violenza, irresponsabilmente inoculata nella testa di giovani disperati appositamente riuniti in gang feroci e pronte a tutto pur di compiacere la volontà dei loro capi spirituali e di assecondare il «sogno» dell’estinzione degli odiati rivali. E la situazione è resa oltremodo incandescente pure da altri profili di accesa rivalità fra i Birom (cristiani) ed i Fulani-Hausa (mussulmani): i primi sono agricoltori e quindi stanziali, mentre i secondi sono pastori, ancorati alla dimensione nomade. Questo Stato federale, assemblato nel 1914 dalla corona britannica ed ancora oggi, dopo l’indipendenza nel 1960, membro del Commonwealth, conta oltre 250 etnie considerate autoctone ed è composto da numerosi Stati all’interno dei quali convivono realtà fra loro radicalmente disomogenee. Non solo in termini di religione, ma anche etnicamente ed amministrativamente le diverse società regionali tendono ad organizzarsi in maniera differente. È difficile quindi trovare elementi omogenei intorno ai quali aggregare prospettive politiche, o più semplicemente gestire il presente. L’unica eccezione sembra essere purtroppo la violenza di ispirazione pseudoreligiosa, che ha fatto registrare un’impennata, sia nelle esplosioni di violenza, sia nel drammatico fenomeno dell’adesione a bande organizzate e disciplinatamente fedeli a parole d’ordine arcaiche, che sembravano sepolte nella notte dei tempi. Da un lato abbiamo una posizione determinata, come confessa con un certo trasporto emotivo il reverendo Caleb Ahima, segretario generale delle Chiese pentecostali (le più numerose in Africa Occidentale): «Noi cristiani dobbiamo impedire il sogno islamico di bagnare il Corano nell’Oceano» (completando così l’islamizzazione del continente, ndr). Dall’altro riscontriamo la pressione del clero Wahabita (i sunniti ultraortodossi), ricco di donazioni finanziarie saudite e di retorica della Jihad, ansioso di estendere verso sud il dominio mussulmano nel Paese, anche attraverso la progressiva imposizione della Sharia.
Insomma, proprio mentre nel resto del mondo si cerca faticosamente di contenere la dimensione religiosa all’interno della sola sfera spirituale, ecco che in Nigeria si rispolvera la sinistra tradizione del potere temporale quale indissolubile strumento al servizio della religione. Questo fenomeno ci è tristemente noto da quando al Qaida e terroristi ad essa assimilabili hanno sporcato le pagine del Corano, riducendolo impropriamente ad uno strumento di legittimazione della violenza cieca e piegata a fini politici; ma quanto avviene ora nelle regioni centrali del più popoloso Paese africano rivela che anche gruppi di sedicenti cristiani adoperano le pagine dell’Antico Testamento per legittimare la loro folle violenza. E siccome in alcune parti dell’Africa i confini statuali non sono stati ancora del tutto assimilati in termini di appartenenza ad uno Stato-nazione, mentre resistono tenacemente i legami familistici, tribali e di clan, si corre seriamente il rischio di esportare questo sordo conflitto dalla Nigeria ai Paesi confinanti. A conferma di ciò si nota la preoccupazione crescente del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, che invita le parti in causa a comporre il conflitto. Già, ma quali sono le parti in causa? La radice del problema sta infatti nella frammentazione localistica delle varie componenti, ormai ridotte a bande squadriste facilmente manipolabili e molto sensibili alle sollecitazioni finanziarie, che dimostrano una capacità operativa ed una spregiudicatezza nell’uso della tecnologia davvero sorprendenti. Basta pensare che poco prima dell’ultimo massacro nei villaggi di Dogo-NaHawa, Jeji e Ratsat vicini a Jos, gli assalitori hanno comunicato via sms la parola d’ordine da ricordare al momento dell’attacco: chi non la sapeva veniva massacrato a colpi di machete seduta stante, con ritmi e spietatezza degni della tragedia del Rwanda. La situazione è pertanto oltremodo complessa, perché risulta difficile operare sulle coscienze dei facinorosi rappresentanti delle parti in causa, proprio per la mancanza di credibilità di cui sono rimaste vittime le diverse religioni. Non esiste una prospettiva politica, l’instabilità sociale è sovrana, la latitanza del potere centrale e delle autorità di polizia si tocca con mano e non si può operare sulle coscienze in termini spirituali: insomma si rischia il collasso. E questo quadro, aggravato dalla crescente instabilità che per altre ragioni si acuisce nel delta del Niger, rischia di colorarsi di tinte ancor più fosche se non vi si pone rimedio in tempi brevi.
Purtroppo in casi come questi non esistono scorciatoie, l’unica possibile soluzione è rappresentata dalla buona politica che, dopo aver fatto timidamente capolino nella stagione della presidenza Obasanjo, ora sembra abbia fatto perdere ogni traccia di sé. È doloroso prenderne atto, ma la politica impone di essere realisti e quindi, sic stantibus rebus, non resta che tornare pazientemente a seminare il seme della ragione sperando che si radichi oggi per fiorire in un domani non troppo lontano.

10.03.2010 - 05:00
Alessandro Leto
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