



di TARCISIO BULLO - Quando Paul Accola, l’ultimo sciatore svizzero a conquistare la Coppa del mondo, mise in bacheca il suo trofeo, Carlo Janka portava il grembiulino e frequentava la scuola dell’infanzia di Obersaxen.
Era l’inverno del 1991/92 e da allora sono trascorsi diciott’anni. Nello sport, come in altri ambìti della vita sociale dell’uomo, un’eternità.
Ieri «Iceman» ha rotto l’incantesimo, tracciando le sue traiettorie sulle curve ghiacciate della pista Kandahar di Garmisch con forza e precisione, unendo dentro il suo gesto tecnico la forza della psiche e quella della sua massa muscolare, legati da un sottilissimo filo nell’inseguimento di un equilibrio che ha sfiorato la perfezione.
Ancora una volta, come già ai recenti Giochi olimpici, Carlo Janka ha incantato il mondo col suo atteggiamento riflessivo e distaccato, che presuppone capacità di analisi e di sintesi pari almeno alla sua immensa bravura tecnica. In testa dopo la prima manche, il grigionese ha saputo gestire la pausa fino alla seconda prova come sa fare solo lui, domando un fiume in piena di emozioni. Davanti a sé, quando si è affacciato al cancelletto di partenza della seconda manche, aveva un appuntamento con la storia, una nazione intera che si fermava a guardarlo trattenendo il sospiro per oltre un minuto, il tempo della sua discesa. Più ancora che all’Olimpiade, questa era l’occasione della vita, perché si ha un bel dire che i Giochi vengono ogni quattro anni e la Coppa si ripete a ritmo annuale, ma per giungere all’ultimo appuntamento di una stagione lunghissima con la possibilità di vincere, bisogna costruire mattone su mattone per mesi e mesi. E basta un niente per perdere il treno giusto.
Chissà se Janka ha pensato a tutto questo mentre stringeva i laccetti dei suoi scarponi e infilava gli sci prima di lanciarsi verso la vittoria nel gigante... Forse no: perché se uno si lascia andare a questo genere di riflessioni, probabilmente al cancelletto di partenza della gara non ci arriva nemmeno, a causa del tremolio alle ginocchia. Ma c’è di più: Janka è un pragmatico, razza montanara che bada al sodo e concede poco ai riti dello spettacolo; le smargiassate non fanno parte del suo bagaglio di ragazzo cresciuto con solidi e sani princìpi, capace di apprezzare i valori veri della vita e di non lasciarsi abbagliare dall’effimero.
Da Paul Accola a Carlo Janka, lo sci svizzero è passato attraverso più di una bufera, uscendo malconcio da alcuni appuntamenti importanti, rischiando di perdere prestigio, sponsor, tifosi e ricambio generazionale. Dalla fine degli anni Novanta a metà di quella della prima decade del Duemila, la disaffezione verso uno sport che fa parte a pieno diritto della nostra miglior tradizione sembrava non doversi arrestare, fino alla triste pagina dei Mondiali di Bormio nel 2005. Dopo quella data è cominiciata una lenta risalita, che ha portato agli entusiasmi delle due ultime stagioni, dei Mondiali di Val d’Isère e dei Giochi di Vancouver. Adesso c’è questo trionfo che arriva un po’ a sorpresa, perché lo stesso Carlo Janka in stagione ha spesso ripetuto che non aveva sufficiente esperienza per puntare alla vittoria nella generale di Coppa, che premia il miglior sciatore in assoluto, il più completo. Ma il grigionese dal carattere di ghiaccio, che ama nascondere le proprie emozioni ma che ieri si è lasciato andare più che al Mondiale e più che all’Olimpiade, era un predestinato e rischia di riscaldare ancora a lungo gli inverni degli appassionati svizzeri dello sci. Eravamo semplicemente degli amanti traditi: sono bastate alcune carezze – quelle di Janka, ma anche di Cuche e Défago che hanno nobilitato una stagione straordinaria – per riaccendere la passione sopita. Lo sport dello sci è un patrimonio nazionale che abbiamo saputo recuperare e a volerne trarre delle conclusioni, forse un po’ banali, la storia può servire a tutti, perché ci insegna che nella vita gli alti e bassi sono all’ordine del giorno, ma volendo, con impegno e dedizione, si può sempre risalire la china.
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