

di GERARDO MORINA - Con un colpo di scena che sarebbe piaciuto a Shakespeare, le dimissioni (annunciate ma non immediate) del primo ministro laburista Gordon Brown intervengono a complicare ulteriormente il già travagliato clima post-elettorale britannico, un rebus che ora rischia di trasformarsi in un vicolo cieco. Il gesto di Brown va letto in una doppia chiave: un riconoscimento del suo fallimento come leader di un partito che ha perso le recenti elezioni, ma anche un atto di tempestivo sabotaggio dei negoziati in corso tra i conservatori di David Cameron (vincitori delle elezioni ma privi di una maggioranza assoluta di seggi) e i liberaldemocratici di Nick Clegg per cercare una possibile coalizione. Facendo balenare l’alternativa di trattative parallele tra Clegg (forse non soddisfatto delle offerte di Cameron) e i laburisti, Brown interviene a provocare un corto circuito in quello che avrebbe dovuto essere un iter a tappe forzate verso la ricerca di una compagine atta a governare. In un solo colpo Brown ostacola le potenzialità negoziali dei conservatori, rende il suo partito più appetibile (in quanto più propenso a cedere alla richiesta di Clegg di intavolare discussioni sulla riforma del sistema elettorale) e dota i liberaldemocratici della reale possibilità di rendersi più preziosi di fronte alla richiesta di alleanze.
Nell’impeto del suo gesto, Brown rischia tuttavia di fare male i conti e di sottovalutare le conseguenze future, con l’incoscienza tipica di chi si getta nel vuoto. E se i colloqui Labour–Lib-dem non conducessero ad un accordo di coalizione? E se, di conseguenza, i Lib-dem decidessero, anche se a malincuore, di accettare le offerte di Cameron?
Senza contare che i numeri parlano da soli, dal momento che ai laburisti (258 seggi) non basterebbero i lib-dem (57 seggi) per formare la fatidica maggioranza assoluta di 326 seggi necessari per governare. Occorrerebbe fare leva sul contributo di partiti minori come l’SDLP nordirlandese e i nazionalisti scozzesi e gallesi, grazie ai quali si otterrebbe, forse, una maggioranza risicata di 328 o 338 seggi, con una riserva complessiva di alleanze che renderebbe una tale amministrazione incerta, traballante e poco duratura. Inoltre questo eventuale governo «arcobaleno» farebbe capo allo stesso Brown, ancora in carica fino al congresso laburista di settembre, ma nel frattempo prevedibilmente sottoposto a critiche e boicottaggi da parte di chi osteggia un premier che non ha vinto le elezioni ma che si è autoproclamato traghettatore d’emergenza. Brown potrebbe allora cadere sul campo e pagare caro il suo sacrificio. Con i conservatori che, forti dei loro 306 seggi, indosserebbero la veste di salvatori, dando vita ad un governo di minoranza anche privo del sostegno dei lib-dem.
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