

di FRANCO MASONI - Condivido la decisione odierna del Consiglio federale in merito al caso Polanski. Non entro nel merito dei rimproveri rivolti al regista Polanski, che tuttavia si riferiscono a fatti remoti, descritti in modo contraddittorio in verbali penali americani diversi, perdonati dalla vittima, prescritti e da sperare dimenticati. Pur non essendo notoriamente per nulla antiamericano, ricordo che in qualità di presidente della Commissione degli affari esteri – in occasione del dibattito parlamentare sul Trattato di estradizione fra gli USA e la Svizzera nel 1991 – avevo invitato il Consiglio federale a chiarire l’interpretazione degli obblighi di estradizione nel pieno rispetto della sovranità svizzera. Infatti, secondo il concetto giuridico, l’estradizione rimane un atto di sovranità; e nel suo esercizio occorre quindi fare un vaglio conforme ai criteri e al diritto in vigore nel nostro Paese. Il Consigliere federale Koller ci aveva assicurato in quella circostanza che il Governo elvetico avrebbe interpretato il nuovo accordo sull’estradizione fra gli Stati Uniti e la Svizzera proprio in questo senso, vale a dire considerando l’estradizione come atto di sovranità.
Mi rallegro del fatto che – contrariamente ad una prima valutazione a seguito della quale Polanski è stato fermato e posto agli arresti domiciliari – adesso il Dipartimento federale di giustizia e polizia e il Consiglio federale hanno esaminato il caso sotto una luce diversa. Non conosco tutte le ragioni che hanno portato le autorità elvetiche a respingere la richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti. Ma di elementi critici da opporre alla domanda ve ne erano più di uno. Al tempo della prima domanda, il reato era per noi prescritto. L’imprescrittibilità per questo tipo di reati è stata sancita dal diritto svizzero successivamente e non può essere quindi applicata in modo retroattivo. Già su questa base si poteva opporre un rifiuto. Inoltre, la durata della pena cui ci si riferiva in alcuni verbali della giustizia statunitense sarebbe stata inferiore ai due anni, configurando così un reato minore che non dava adito ad un’estradizione.
Il fatto che Polanski sia una figura di spicco della cultura ha certamente aumentato l’eco del caso, ma è giusto che la sicurezza del diritto valga non solo per chi è famoso ma per tutti. Ed è in questo senso che va interpretata la decisione delle autorità federali.
Nel caso specifico del comportamento iniziale delle autorità elvetiche verso il regista polacco, strideva particolarmente anche un altro fatto. Egli aveva casa in Svizzera e per decenni ha potuto muoversi liberamente nel nostro Paese. Averlo arrestato improvvisamente, mentre stava per ritirare un premio nel nostro Paese, dopo anni di libertà in Svizzera, è apparso incomprensibile e sembrava violare il principio costituzionale della buona fede. Credo poi che la Svizzera debba pesare bene certi atti che potrebbero farla sentire come un Paese poliziesco, come non è e non vuole essere, anziché un Paese in cui si dà un grande valore alla libertà. Come dimostra, pur in altro settore, anche il caso della violinista straniera messa in difficoltà con il sequestro del violino mentre stava per esibirsi con quello strumento di grande valore, misura che diede l’impressione d’una Nazione ottusamente burocratica, ciò che invece il nostro Paese cerca di non essere. Anche in quel caso l’Autorità si è scusata, ma sarebbe meglio evitare certi errori. A volte la nostra Confederazione sembra dare l’impressione di perdere il senso della misura. Il che nuoce profondamente alla sua immagine di Paese che garantisce il diritto e non cede a riflessi da Stato poliziesco.
Sono lieto che il DFGP e il Consiglio Federale abbiano, in questo caso, efficacemente corretto il tiro.
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