

di GERARDO MORINA - In Europa i governi di centrodestra si fanno sempre più litigiosi. Mentre il centrosinistra si trova ancora in un vuoto di consenso avendo esaurito la riserva di ispirazione accumulata negli anni Novanta, da parte opposta coalizioni troppo eterogenee, coabitazioni scomode, l’incapacità di venire incontro alle vere esigenze degli elettori, il clima di insicurezza legato alla crisi economica e alle manovre varate per combatterla, la sensazione che le politiche nazionali siano diventate improvvisamente impotenti, nonché lo scoppiare di scandali e lotte alla successione, si rivelano costanti comuni a Roma come a Parigi, Londra e Berlino. Con situazioni che però offrono in ciascun caso caratteristiche proprie.
Già nel DNA della politica italiana, la tendenza al litigio ha raggiunto la massima potenza nella vicina Penisola, dove si vive quotidianamente una sorta di sindrome dell’assedio e del contrassedio. Con un Berlusconi che accende e spegne le correnti, ma si ritrova in casa circoli e cordate. Con un PdL lacerato, dal momento che la Lega di Bossi sembra smentire l’infrangibile solidità dell’asse con Berlusconi. Con le Regioni del centrodestra in rivolta per il taglio di fondi. Con il dissenso sempre più marcato di Gianfranco Fini. Con le polemiche create dalla prospettiva di fare entrare l’UDC di Casini in un nuovo governo di centrodestra. Con le accuse di corruzione e tangenti che pendono su esponenti del PdL. Con un capo del governo che non affronta ancora pienamente le riforme liberali promesse ormai da più legislature. E, conseguentemente, con un elettorato di centrodestra strattonato tra un incrollabile impeto di fedeltà a Berlusconi e le prove di un sempre più frequente disorientamento. Che cosa succede? Per Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera, 7 luglio) l’Italia è un Paese dove la politica non esiste più. Per Stefano Folli (Il Sole 24 ore, 8 luglio) «forse la realtà è proprio quella di un Paese disabituato alla politica in cui al massimo si riescono a tutelare le rispettive rendite di posizione: quelle del governo e quelle dell’opposizione, in un sostanziale immobilismo». Per Piero Ostellino (Corriere della sera, 12 luglio) si tratta di un’opposizione fatta in casa. Scrive infatti l’editorialista: «In assenza di opposizione ‘esterna’ – il centrosinistra, privo di identità, sembra incapace di essere un’alternativa ideale e programmatica credibile – il centrodestra si è creato un’opposizione ‘interna’». E Ostellino non ha dubbi, si tratta di una crisi strutturale: «La Società italiana è, dal XIII secolo, corporativa, e nei suoi confronti il potere politico – prima comunale, poi statuale – ha sempre operato come «mediatore» fra le corporazioni in competizione. Oggi – a causa della crisi economica e data la scarsità di risorse da distribuire – anche la Funzione pubblica è una corporazione essa stessa, col risultato di accrescere la conflittualità generale».
Marasma anche in Francia, dove il ministro del Lavoro Eric Woerth coinvolto nello scandalo Bettencourt, accusato di aver incassato tangenti e favorito l’evasione fiscale dell’ereditiera più ricca di Francia, si è dimesso da tesoriere del partito di maggioranza UMP. Intanto il Consiglio dei ministri ha approvato il testo del disegno di legge sulla riforma previdenziale del sistema contributivo che porterà il nome dello stesso Woerth. Con ciò il presidente Nicolas Sarkozy ha cercato di liquidare la vicenda come un ostacolo frapposto sulla strada delle riforme e dell’azione del governo per fronteggiare la crisi economica. Ma secondo il politologo Dominique Moisi, l’affaire Bettencourt-Woerth-Sarkozy ha reso ancora più profondo «quel divorzio emotivo tra il presidente e i francesi che si era manifestato clamorosamente già in occasione delle elezioni regionali». La crisi francese va però soprattutto letta all’interno della compagine di centrodestra. L’avvicinarsi della campagna per le presidenziali autorizza infatti tutte le ipotesi di colpi bassi e complotti. Più dell’opposizione socialista premono infatti gli aspiranti successori di Sarkozy, i nemici di sempre e quelli nuovi. Sulla popolarità in discesa di Sarkozy sono pronti a saltare non solo, in campo socialista, il capo dell’FMI Dominique Strauss-Kahn, ma anche, a destra, l’ex primo ministro Dominique de Villepin che in giugno ha ufficialmente lanciato un nuovo partito di centrodestra (Republique Solidaire) che mira per il 2012 a creare scompiglio nell’UMP. Dove, occorre aggiungere, non a tutti piace l’ideologia della «rupture» avviata dallo stesso Sarkozy.
«Rupture» che dall’altra parte della Manica sta causando problemi anche al neo-conservatore David Cameron. Il suo governo di coalizione con i liberaldemocratici di Nick Clegg ha da poco annunciato l’arruolamento di un ex ministro del laburista Gordon Brown, John Hutton, a capo di una commissione che dovrà occuparsi dei dipendenti pubblici. Ma non basta. Cameron ha promesso a Clegg di indire per l’anno prossimo il referendum sul sistema elettorale britannico (attualmente «first past the post», ovvero uninominale). Per la maggior parte dei Tory si tratta di un abuso di potere: il sistema, dicono facendo intravvedere ostruzionismi che ricordano da parte opposta le resistenze avviate a suo tempo dai vecchi laburisti al New Labour di Tony Blair, non si può modificare per mero opportunismo politico. Uno scontento che fa tutt’uno con quello creato dall’intenzione recentemente manifestata da Cameron e Clegg di dare vita a un partito unico, una nuova creatura politica liberalconservatrice che segni un riallineamento delle forze moderate e di centro nel Regno Unito.
Né, a Berlino, può dormire sonni tranquilli la Cancelliera Angela Merkel la quale non riesce a tenere assieme la maggioranza di centrodestra, quella con la quale ha vinto le elezioni di otto mesi fa, coalizione formata dalla sua CDU, dal partito fratello, la bavarese CSU, e dai liberali. La riforma sanitaria, avanzata dai liberali, è stata subito bloccata dai cristiano-democratici. Sulla riforma delle forze armate è scoppiata una polemica che ha portato il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg a minacciare le dimissioni. Sulla manovra di austerità sono andate all’attacco le opposizioni, ma anche tra le file della maggioranza si sono alzate le accuse di aver favorito i ricchi e penalizzato i poveri. Inoltre la Merkel è stata politicamente umiliata durante la recente elezione del presidente della Repubblica tedesca. Fatto che ha illustrato la crisi della sua maggioranza, in quanto la cancelliera non è riuscita a mobilitare tutti i voti della sua parte politica per sostenere un candidato (Christian Wulff, risultato poi eletto ma solo al terzo turno) che lei stessa aveva scelto. Un segnale forte di insoddisfazione in una squadra di governo che litiga e che perde consensi. Una prova che si rafforzano i franchi tiratori soprattutto tra gli avversari interni cristiano-democratici, ai quali continua a non piacere un Cancelliere donna e per di più dell’ex DDR. Avversari che, se dalla Merkel non verrà un energico richiamo all’ordine costringendo i liberali a seguirla, minacciano di depotenziarne sempre più la figura. Tutto, ovviamente, all’interno di quella che dovrebbe essere una stessa famiglia.
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