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Commenti CdT | Commento - 20 ago 2010 05:00

Stimoli e incognite di un'elezione

di GIANNI RIGHINETTI - Il 2011 sarà un anno di profondo cambiamento sulla scena politica cantonale. Il prossimo 10 aprile sarà soprattutto l’elezione per il Consiglio di Stato a riservare le sorprese maggiori. Da mercoledì sera, con la dichiarazione pubblica di rinuncia a sollecitare un nuovo mandato nell’esecutivo cantonale da parte del consigliere di Stato del PLRT Gabriele Gendotti, si sa che il Governo muterà radicalmente, almeno nella misura di 3/5. A decidere di farsi da parte in precedenza erano stati la socialista Patrizia Pesenti e il popolare democratico Luigi Pedrazzini, entrambi in carica dal 1999, mentre Gendotti era subentrato al compianto Giuseppe Buffi nella seconda metà del 2000.
Sulla lista gli elettori troveranno certamente il nome dell’altro consigliere liberale radicale, Laura Sadis, che si appresta a terminare il primo quadriennio nell’esecutivo, e, molto verosimilmente, quello della macchina da voti leghista Marco Borradori destinato al ruolo di decano: è in Governo dal 1995. Per ora c’è la certezza di un importante mutamento nella sala del Governo che potrebbe preludere ad un giro, o forse solo ad un mezzo giro, di valzer alla guida dei cinque Dipartimenti. Cambieranno alcune persone, ma i risultati elettorali potrebbero dare vita anche ad un rimpasto partitico-dipartimentale. In pratica è aperta la caccia al Dipartimento della sanità e della socialità, da sempre nelle mani del PS, ma che fa particolarmente gola al PPD. Gli altri due Dipartimenti destinati a cambiare persona di riferimento sono quello delle istituzioni e quello dell’educazione, della cultura e dello sport. Sin d’ora è certo che chi meglio si piazzerà rivendicherà il DSS. Dalle urne, se il voto darà una scossa, potrebbe uscire attenuato l’effetto del dipartimentalismo, quel meccanismo che ha permesso ai partiti di mettere radici nei singoli Dipartimenti, in certi casi facendone dei veri e propri terreni di conquista, anche se non tutti gli alti dirigenti sono del colore politico del responsabile. Si tratterebbe in fondo di rilanciare lo spirito alla base della riforma del Lago d’Orta del 1992 che aveva portato alla creazione degli attuali cinque Dipartimenti e, in particolare, la nascita di quello del Territorio, dall’unificazione del Dipartimento dell’ambiente e di quello delle pubbliche costruzioni e il Dipartimento delle istituzioni, nato dalla multifusione di quello dell’interno, di polizia, di giustizia e del militare.
Tornando all’elezione vera e propria va detto che un cambiamento tanto importante è benvenuto in un Ticino conservatore al punto che neppure quindici anni con la Lega in Governo hanno saputo dare un nuovo ritmo alla politica in seno all’esecutivo. Questo fatto dimostra che l’influenza delle forze politiche sul proprio rappresentante in Consiglio di Stato ha un ruolo, ma questo non è determinante per l’azione concreta. In Governo contano gli uomini (e le donne) ancor prima che i partiti, contano la forza propositiva, l’entusiasmo, l’innovazione e la capacità di condurre la propria squadra indicando la via da seguire. E non subendola. Spesso invece si ha l’impressione che l’amministrazione sia la vera guida politica, che i funzionari dettino la linea e i consiglieri di Stato fungano da portavoce. Meglio quindi un consigliere di Stato che proviene dalla cosiddetta società civile, che dovrà fare un po’ di apprendistato a partire dall’aprile prossimo, oppure uno che ha alle spalle anni di Parlamento o che magari è stato alto funzionario? Nelle liste dei partiti ci saranno un po’ tutte queste figure: spetterà all’elettorato fare una scelta, dire se vorrà un cambiamento radicale, facce nuove e non «minestre riscaldate», oppure persone più o meno d’apparato. Entrambe le soluzioni hanno punti forti e punti deboli. Forse, dato l’importante rimpasto (è dall’elezione del Governo del 1983 che in un solo colpo non si procede a cambiare tre consiglieri su cinque) non sarebbe male una nuova miscela che porti nella stanza dei bottoni sia personalità con esperienza politica o amministrativa, sia politici novelli con profili professionali altrettanto interessanti, ma che faticano a mettersi a disposizione quando gli eletti mettono radici e non mollano la poltrona, specie negli esecutivi. Per i partiti, visto il sostanziale immobilismo dell’ultimo decennio è un’occasione unica per dimostrare nei fatti di sapersi mettere in gioco, smentendo chi li ritiene incapaci di cambiare e stimolando gli elettori a dargli fiducia.
Questa è la visione positiva delle cose. Ma l’esperienza insegna che le lotte intestine (specie quando c’è un obiettivo che è a portata di mano) sono il male endemico del Ticino politico (tanto all’interno quanto tra i partiti). Gli stimoli per cambiare l’attuale Governo dominato un po’ troppo dalla concordanza e un po’ troppo poco dal confronto, dall’efficienza e dal decisionismo sono dati.

20.08.2010 - 05:00
Gianni Righinetti
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