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Commenti CdT | Commento - 28 ago 2010 05:00

Come risolvere il "problema rom"

di SERGIO ROMANO - Quando le autorità europee cercano di calcolare la popolazione rom presente sul loro territorio, i censimenti producono generalmente risultati incompleti e poco affidabili. Se il lettore darà un’occhiata ai siti internet che trattano i problemi di queste antiche comunità, probabilmente provenienti dall’India, scoprirà che le cifre variano considerevolmente da uno studio all’altro. Mentre quelli che hanno acquistato la nazionalità del paese in cui risiedono sono difficilmente separabili, nelle statistiche, dal resto della popolazione, è più facile sapere quanto siano quelli giunti dai paesi dell’Europa centro-orientale che hanno aderito all’Unione Europea nel 2004 e nel 2007. In Francia sarebbero circa 15.000, prevalentemente romeni e bulgari, vale a dire cittadini dei due paesi in cui il numero dei rom è più elevato: più di un milione e mezzo in Romania (6,5% della popolazione) e 475.000 in Bulgaria (5%). Grazie al pugno di ferro con cui il presidente Sarkozy ha deciso di risolvere il problema, la Francia ne ha espulsi sinora circa 7.000. «Risolvere», naturalmente, è il verbo meno adatto a definire la politica francese. La distruzione di un campo e il rimpatrio più o meno forzato di qualche migliaio di persone avrà una incidenza irrilevante sulla dimensione del problema. I rom incassano il bonus offerto dal governo di Parigi (300 euro per un adulto, 100 per un bambino), tornano in patria, spendono il gruzzolo e si rimettono in viaggio verso uno qualsiasi dei paesi dell’Ue che sono uniti dal vincolo del trattato di Schengen. Nel frattempo Sarkozy incassa qualche punto in più nei sondaggi che misurano la sua popolarità, ma anche queste variazioni sono generalmente di corta durata.
Forse dovremmo cominciare a chiederci, anzitutto, perché esista in Europa un «problema rom».
Per molto tempo gli zingari, come si chiamavano allora, erano soltanto una delle molte comunità vagabonde che viaggiavano sulle strade dell’Europa per offrire alle popolazioni, soprattutto rurali, i loro mestieri. Ferravano cavalli, riparavano pentole e ombrelli, cantavano e ballavano nelle bettole, suonavano i loro violini nelle feste e nei matrimoni. Erano mestieri utili quando esistevano in Europa larghe zone rurali, non ancora inserite nei grandi processi di industrializzazione e modernizzazione. Ma sono diventati inutili non appena la situazione è cambiata. Nei Paesi comunisti, dove erano particolarmente numerosi, sono stati arruolati con la forza nei ranghi della classe operaia e, come dicono i sociologi, sono divenuti «stanziali». Ma con la fine del comunismo hanno perso il lavoro e, soprattutto in Europa centro-orientale , sono stati respinti ai margini della società. A questo punto vi sono almeno due cose che non possiamo fare. In primo luogo non possiamo dimenticare che esistono.
In secondo luogo non possiamo ignorare che il «metodo Sarkozy» (spostare gli indesiderabili da un paese all’altro) non può funzionare. Occorre che ciascuno si tenga i suoi e che la Commissione di Bruxelles abbia un coerente programma sociale, pedagogico e finanziario per la loro integrazione: corsi di avviamento al lavoro, facilitazioni per l’edilizia popolare e soprattutto educazione per i bambini. E occorre infine che gli aiuti finanziari vadano alle comunità locali interessate dalla loro presenza. L’obiettivo di maggiore importanza è quello di mandare i bambini a scuola. Quelli che restano a casa diventano forza lavoro e fanno il solo mestiere di cui sono capaci: mendicare e rubare.
 
 

28.08.2010 - 05:00
Sergio Romano
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