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Commenti CdT | Commento - 2 set 2010 06:00

Africa, un'opportunità per l'UE

di ALESSANDRO LETO - La visita in Italia di Gheddafi lascia in eredità due provocazioni che sottendono a due grandi sfide per il Vecchio Continente: il rischio di progressiva islamizzazione dell’Europa e l’invasione degli africani che la trasformerebbe in un «continente nero» (parole sue). Mentre sul primo aspetto temo che il vero rischio che corre l’Europa sia quello di una progressiva ed irreversibile secolarizzazione, credo che il secondo rappresenti invece un’opportunità per aggiornare nel merito il nostro pensiero.
È giusto cominciare ad interrogarci sul tipo di rapporti che l’intera Europa intende instaurare con il continente africano. Per troppo tempo ha prevalso l’atteggiamento di sufficienza paternalistica di chi sa di avere un parente da accudire, ma che non crede nella sua capacità di crescere e di farsi autonomo. O viceversa, ci si è concentrati nella progressiva attività di spoliazione sistematica delle sue risorse, direttamente fin quando si è potuto ed indirettamente attraverso compiacenti élite locali corrotte.
Ora è tempo di osservare i cambiamenti intervenuti in questo ultimo decennio, di verificare l’effettiva capacità di sviluppo autonoma di molti dei suoi Stati, addirittura in controtendenza in termini di crescita  rispetto alla crisi economica corrente, di capire come e perché altri Stati potenzialmente fiorenti sono ancora costretti a veder appassire le proprie popolazioni sotto il giogo della fame e della mancanza cronica di infrastrutture di base ed infine interrogarsi sui pericoli reali per le nostre democrazie rappresentati da Stati fantasma come la Somalia. Ne emergerebbe un quadro complesso, certo, ma sul quale è indispensabile cominciare a lavorare per cercare di assicurare all’Europa le straordinarie ricchezze di un continente il cui potenziale è ancora ben lungi dall’essere compreso e sviluppato appieno. E fra le risorse più importanti è da includere pure la popolazione: quasi un miliardo di persone che assicurano, con la loro giovanissima età media, un serbatoio di forze vitali non ancora corrotte dal virus del consumismo e che quindi possono essere conquistate alla causa di un capitalismo dal volto umano, come quello espresso dalla maggior parte degli Stati europei.
È un percorso lungo e costoso questo, ma è anche l’unica opportunità di approvvigionamento per le nostre economie di quelle risorse di cui hanno crescente bisogno per alimentare la loro crescita ed anche la più ragionevole per regolare i flussi migratori che, pur con i limiti tipici di ogni processo storico nelle sue fasi iniziali, cominciano a segnare una curiosa inversione di tendenza. Sempre più europei sono attratti dall’Africa infatti, non più solo per svernarvi da pensionati, ma anche per investire nelle promettenti economie locali: contestualmente le immigrazioni clandestine dalle coste africane hanno segnato una flessione consistente. Ed è curioso osservare come questo sia avvenuto certo per effetto dell’inasprimento delle normative e del rafforzamento dei pattugliamenti, ma anche perché è maturata la consapevolezza in molti dei trafficanti che le mete agognate non erano più le città europee, ma quelle orientali ed arabe. Questi nuovi sviluppi ci offrono l’opportunità di elaborare una strategia di avvicinamento fra Europa ed Africa, non più però solo basata sulle negoziazioni dei singoli Stati, ma frutto di una visione collegiale dell’UE, che per altro dispone anche delle risorse economiche e dell’autorevolezza politica per sostenerla. Non farlo avrebbe due conseguenze nefaste per noi, la prima economica, la seconda politico-religiosa. Significherebbe infatti consegnare del tutto il continente africano alle mire espansionistiche della rapace economia cinese che esporta laggiù il peggior sistema capitalistico possibile, alimentato dalla mancanza di diritti e dalla sola visione speculativa di breve periodo.
E questo ritarderebbe l’affermazione di quell’equilibrio sociale necessario alla progressiva stabilizzazione di molti Stati già vicini all’emancipazione. Non meno pericoloso, poi, è il progressivo dilagare delle forme di Islam più radicalizzato, wahabita e militante, vero e proprio focolaio di tensione per il mondo intero, che laggiù cresce violento a discapito delle millenarie esperienze cristiane. Senza una visione integrata del futuro tra Africa ed Europa, quindi, rimarrebbe pericolosamente viva l’instabilità che caratterizza ancora alcune aree strategiche, a tutto svantaggio proprio di noi europei, che in questa difficile epoca dobbiamo riscrivere le linee guida del nostro futuro.

2.09.2010 - 06:00
Alessandro Leto
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