

di PIERO OSTELLINO - Il tanto atteso discorso di Fini sarebbe stata una grande occasione per ripensare ciò che è stato il centrodestra dal 1994, con la discesa in politica di Berlusconi, e che cosa è adesso. Ma Fini ha mancato l’occasione. Lo ha incentrato tutto sulla propria espulsione e sul proprio diritto al dissenso interno al partito – cioè su una questione di metodo sulla conduzione del PdL– facendo una sorta di discorso programmatico di ciò che dovrebbe essere il partito, ma poco l’Italia. Così, il discorso è rimasto nell’ambito delle opinioni interne alla politica politichese, che sono opinabili per definizione, ma nulla dice sulla crisi del berlusconismo.
La frase più forte è stata che il Popolo della Libertà non c’è più, non esiste. Il guaio è che il PdL non esiste non perché, al suo interno, non c’è più Granfranco Fini e c’è poca libertà dialettica, ma perché è prigioniero delle stesse carenze che hanno caratterizzato la presenza di Berlusconi sulla scena politica italiana negli ultimi diciotto anni. Per intenderci. Nel 1994, l’Italia si era trovata davanti a una specie di bivio. Da una parte, c’era la strada del cambiamento: meno Stato, più società; riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale; semplificazione legislativa e amministrativa; maggiore libertà economica. Dall’altra, c’era la strada dello status quo: nessun cambiamento istituzionale e strutturale; mantenimento del livello della spesa pubblica e della pressione fiscale; eccesso di legislazione e di procedure amministrative; nessuna riduzione della Pubblica amministrazione e tanto meno del pubblico impiego utilizzato come armonizzatore sociale.
Incamminarsi lungo la strada del cambiamento significava entrare in conflitto con tutte quelle corporazioni che si oppongono alle riforme istituzionali e strutturali non meno che al mercato e al merito, che proteggono l’assistenzialismo e il parassitismo privato non meno che pubblico in nome dello Stato sociale e del sistema – fra il corporativismo di tradizione fascista e il collettivismo di tradizione comunista e cattolico-sociale – scritto nel 1947 con la Costituzione entrata in vigore nel 1948. Per incapacità personale e politica o impossibilità oggettiva, Berlusconi non ha preso la strada del cambiamento, ma è rimasto impantanato in quella dello status quo.
Ma questa è una strada che costa cara. E per farvi fronte, ora, il PdL, e con esso il Paese, non è nelle mani di Berlusconi, ma in quelle del ministro dell’Economia, che meglio sarebbe chiamare delle Entrate (fiscali), il quale per mantenere lo status quo raschia il fondo del barile, trasformando l’Italia in uno Stato di polizia fiscale, come avrebbe fatto la sinistra se fosse andata al potere. Tremonti, nel centrodestra, e Visco nel centrosinistra, sono figli della stessa madre: di un’Italia pietrificata nel suo conservatorismo politico, economico, istituzionale, sociale i cui costi sono diventati insopportabili. Entrambi di una sola cosa si preoccupano: di reperire le risorse per pagare i costi dell’Italia delle mancate riforme, incapace di produrre ricchezza. Sia l’uno sia l’altro – per dirla con una celebre battuta di Churchill – redistribuiscono la povertà, non la ricchezza.
Invece di fare appello alla legalità – che rimane pur sempre un ovvio caposaldo dello Stato di diritto – strizzando l’occhio al giustizialismo e ai pubblici ministeri che processano il Cavaliere; invece di rispecchiarsi nella demagogia degli annunci di riforme che sa che non si faranno e che lui stesso non ha probabilmente l’intenzione di promuovere, facendo la cattiva imitazione di Berlusconi; invece di fare le pulci all’assenza di democrazia all’interno del PdL – un problema di tutti i partiti, dai tempi della Prima Repubblica – auspicandone l’esistenza senza dire come; invece di tutto ciò, Fini avrebbe dovuto incentrare il suo intervento non per far nascere un nuovo Popolo della Libertà, ma per far rinascere l’Italia dalle macerie da cui è sommersa.
In definitiva. Un discorso che, forse, non porterà alla rottura con Berlusconi e alla crisi di governo, ma che non ha neppure aperto una breccia nella crisi del berlusconismo e dell’Italia. Arriveranno, forse, a un compromesso e tutto resterà come prima. Secondo il copione di sempre: annunciare un grande cambiamento affinché nulla cambi. Nessuna delusione, almeno da parte di chi guarda al proprio Paese, come faccio io, dalla prospettiva del realismo di Machiavelli, della sua lettura da parte di Benedetto Croce e della tradizione liberale.
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