
di CARLO SILINI - È molto presto per stabilire se l’influenza suina diverrà la nuova icona delle paure contemporanee, o se l’allarme scattato in ogni parte del pianeta scomparirà piano piano nel mare delle catastrofi possibili, ma improbabili. Da assoluti profani in materia di epidemiologia, la notizia di un ceppo influenzale che alla sua prima ondata significativa ammazza cento persone in pochi giorni (l’aviaria ne ha uccise poco più di 200, ma in dieci anni) e che si diffonde da uomo a uomo, non induce a sereni pensieri.
L’influenza suina, o porcina, potrebbe perciò entrare fra le leggende apocalittiche d’inizio millennio indipendentemente dal fatto che si trasformi poi davvero in pandemia. Nelle case, negli uffici e nei bar e nei grotti di tutto il mondo, per il momento, la gente comincia a chiedersi se dovrà rinunciare all’amato salamino, fatto a fette sul tagliere. La risposta è no, perché la «suina» non si contrae mangiando carne di maiale. Ciò non toglie che ogni epidemia, nella storia dell’uomo, è sempre stata vissuta come qualcosa di molto più grave di un semplice virus. In ogni epoca, sosteneva più di vent’anni fa il medievista Jaques Le Goff, c’è una «malattia emblematica, che unisce l’orrore dei sintomi alle angosce di un senso di colpa individuale e collettivo». Indipendentemente dall’eziologia medica, l’uomo tende ad associare l’insorgere di malattie violente e, fino al momento della loro apparizione, sconosciute, alle proprie malefatte (o, in ottica religiosa, ai propri peccati). Oscuri esperimenti di laboratorio, secondo diffusissime leggende post-moderne mai confermate dalla scienza, hanno provocato l’AIDS o la SARS. I bovini che abbiamo reso cannibali sono invece certamente all’origine della «mucca pazza». Diamo tempo al tempo e spunterà qualche umana «schweinerei» che spiegherà con una nostra colpa anche l’influenza suina. Ieri mattina, scherzando ma non troppo, un commentatore da ufficio osservava che i Paesi arabi non saranno toccati da un’eventuale pandemia porcina perché i musulmani non consumano carne di maiale. Osservazione tecnicamente discutibile, visto che il contagio passa ormai da uomo a uomo. Ma siamo certi che in alcune aree del pianeta – e in un clima di scontro fra civiltà – una simile teoria potrebbe funzionare, eccome: Dio, o la natura, puniscono l’uomo che si nutre di animali impuri. Un’apocalisse alimentare riuscirà laddove finora ha fallito il terrorismo internazionale: una fetta di salame seppellirà l’Occidente. Sul fronte opposto, c’è da giurarci, qualcuno finirebbe invece coll’interpretare l’epidemia suina come un complotto antioccidentale.
Nell’uno e nell’altro caso si tratterebbe di interpretazioni grottesche, fanatiche, moralmente inaccettabili. Più o meno come la teoria che imputò lo tsunami al turismo sessuale nel Sud-Est asiatico (e non si capisce perché, per punire gli abusi di qualche migliaia di viziosi, siano morte quasi duecentomila persone innocenti).
Ma qui la logica e la scienza c’entrano poco. Quando appare una catastrofe o una malattia nuova, l’umanità fa i conti con sé stessa e con i propri nodi irrisolti. E anche una lettura ideologica dell’influenza suina, per quanto strampalata, potrebbe reggere a livello simbolico. Per una parte del pianeta sarebbe infatti una perfetta pena del contrappasso se il ricco Occidente cadesse vittima della sua ingordigia grazie ad una malattia generata dal cibo. E per i fautori occidentali dello scontro di civiltà sarebbe del tutto plausibile un complotto dei «nemici» per avvelenare un cibo-simbolo delle nostre società.
C’è troppa ingiustizia sul pianeta perché un terremoto, un’inondazione o un’epidemia possano essere considerati solo per quello che sono.