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Commenti CdT | Commento - 12 mag 2009 05:00

Meno ideologia, più realismo

È quel che ci vorrebbe in Italia sul problema immigrati

di PIERO OSTELLINO - Le polemiche sul «pacchetto» del governo in materia di sicurezza, pro e contro l’immigrazione, stanno tracimando, in Italia, nel grottesco. La Chiesa rimprovera al ministro degli Interni, Maroni, di respingere i barconi di immigrati in rotta verso le coste italiane, in nome della Carità cristiana e dell’umanitarismo universalistico; una categoria religiosa (metafisica) la prima,  ideologica (astratta) il secondo. Che, tradotte nei fatti, empiricamente, imporrebbero l’obbligo di accogliere tutti quelli che sperano di sbarcare in Italia. Ma la Carità cristiana e l’umanitarismo universalistico sono valori che si ispirano all’«etica dei principi»  o, se si preferisce, della coscienza – questi sono i miei valori, che io vorrei vedere applicati; poi, scoppi pure il mondo – che molto ha a vedere con i buoni sentimenti e poco o nulla con la politica. La quale, saggiamente, si ispira all’ «etica della responsabilità» e si preoccupa delle conseguenze delle proprie scelte e delle proprie azioni (non accogliere gente che scappa dai Propri Paesi nella speranza di una vita migliore è una brutta cosa, ma accoglierli tutti, senza sapere come integrarli nel mondo del lavoro e nella società nazionale, sarebbe ancor peggio). I mali del mondo non si curano con i pater noster, ma con sane iniezioni di realismo e di pragmatismo. Invece di volare nel paradiso dell’utopia o di rifugiarsi nell’inferno della paura sarebbe assai più saggio chiedersi quanti immigrati si è in grado di ricevere, e come, di integrare e fissare delle «quote» al loro ingresso.
La Chiesa – che è un organismo morale; il quale, quando predica, guarda all’aldilà – non si preoccupa delle conseguenze aldiquà, soprattutto perché, in questo caso, non ne avrebbe. Ma se si chiedesse alla Chiesa – come istituzione secolare, attenta realisticamente all’altiquà – di ospitare migliaia di immigrati nei giardini del Vaticano, dove passeggiano, indisturbati, monsignori, vescovi, cardinali e, a volte, anche il Santo Padre, è probabile che la Chiesa reagirebbe come il governo italiano. Si chiederebbe come integrarli, che ne sarebbe dei suoi meravigliosi giardini vaticani, dove, a quel punto, monsignori, vescovi, cardinali e lo stesso Papa non andrebbero più a passeggiare indisturbati come ora. E, probabilmente, li rispedirebbe indietro come fa la Guardia costiera italiana su disposizione del ministro degli Interni. Forse, continuerebbe a predicare (bene) allo stesso modo di adesso, ma incomincerebbe a razzolare (male) in modo del tutto diverso. 
Il segretario del Partito democratico, Dario Franceschini – che non perde mai occasione di stare zitto e ora è smentito dai suoi stessi compagni di partito, gli ex diessini, post-comunisti – accusa il governo addirittura di razzismo perché inibisce ai figli di immigrati clandestini l’iscrizione alle scuole pubbliche nazionali. Ma sembra ignorare la differenza fra «diritti soggettivi» e «diritti di cittadinanza». I diritti soggettivi hanno un carattere universale e riguardano l’Individuo in quanto Persona, la cui sacralità è intangibile. I diritti di cittadinanza hanno, invece, un carattere limitato e riguardano l’Individuo in quanto membro di quella Comunità che chiamiamo Stato. Fra i due diritti non c’è contraddizione, come parrebbe, ma solo distinzione, in quanto i primi attengono al principio – giusnaturalistico – di legittimità, sono, per dirla filosoficamente, «valoriali»; i secondi attengono al principio, giuspositivistico, di legalità, sono, per dirla politicamente, giuridici. Ora, poiché i diritti di cittadinanza implicano anche dei doveri nei confronti dello Stato di cui si è cittadini – mentre quelli soggettivi implicano solo il dovere nei confronti degli altri di non nuocere loro – accade che i cittadini italiani che vogliono iscrivere a scuola i propri figli abbiano l’obbligo di produrre una serie di documenti, mentre gli immigrati clandestini, per l’ovvia ragione che cittadini non sono, non avrebbero tale obbligo. Risultato: gli italiani diventerebbero Individui di seconda classe e i clandestini di prima.
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, con una concessione ideologica al’etnocentrismo della Lega, ha detto di essere contrario alla nascita in Italia di una società multietnica. Ma l’affermazione non ha alcun senso perché l’Italia è già una società multietnica, come lo sono la Francia, la Gran Bretagna, la Germania e tutti gli altri Paesi europei, per non parlare degli Stati Uniti. È sufficiente salire su un vagone della metropolitana o su un tram per constatarlo; sono quasi più gli stranieri, appartenenti alle etnie più disparate degli italiani. Avrebbe invece senso, e lo avrebbe forte, dire di essere contrari a una società multiculturale, costituita da «monadi» chiuse, da etnie separate, ciascuna delle quali dotata di un proprio statuto civile, oltre che etico, diverso, se non addirittura opposto, a quello nazionale. Una società così strutturata non segnerebbe la fine dell’Italia come Nazione – che come tale non ha più, e da tempo, la peculiarità d’essere espressione di una sola etnia – ma come Stato, legittimato da un solo e da tutti condiviso principio di sovranità, iscritta nella sua Costituzione e nelle sue leggi, in quanto esso sarebbe governato da una babele di leggi e di costumi l’uno diverso e antitetico all’altro.  
In definitiva. Se si fa dell’immigrazione un «caso ideologico» – accoglienza sì/no; società multietica sì/no; umanesimo sì/no – non se ne esce. Sarebbe, perciò auspicabile che tutti, indistintamente tutti, in Italia, disarmassero ideologicamente e facessero nel corpo culturale e politico del Paese massicce iniezioni di realismo, armandolo di un robusto spirito pragmatico. Sarebbe più proficuo e anche più serio.

12.05.2009 - 05:00
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