

di GIANNI RIGHINETTI - Alla fine di giugno, quando la maggioranza leghista-pipidina del Consiglio di Stato aveva congelato la metà dei ristorni delle imposte dei frontalieri dovuti a Roma, la mossa è da subito apparsa forte e coraggiosa, ma nessuno era in grado di dire con certezza come avrebbero reagito Berna e l’Italia di fronte alla plateale decisione di Marco Borradori, Norman Gobbi e Paolo Beltraminelli, con quest’ultimo che aveva interrotto le ferie al mare con la famiglia per non fare ribaltare la maggioranza. Prima di Svizzera ed Italia a reagire fu la presidente del Governo Laura Sadis che, contraria al pari di Manuele Bertoli a quella decisione, fu protagonista di un siparietto polemico con Borradori nel corso di una conferenza stampa. Anche questa è una scena inedita alle nostre latitudini. Confronti e litigi ci saranno sempre stati, ma nella sala del Consiglio di Stato, non di fronte a telecamere, microfoni e taccuini.
Nei giorni successivi il deposito su un conto vincolato della Banca dello Stato della metà dei 56,8 milioni di franchi che per diritto spettano all’Italia (i soldi non si sono mai mossi da lì) ha scatenato comprensibilmente una prima ondata di indignazione nei confronti di chi non aveva rispettato i patti. Ma è stata una fase molto breve. Berna poco dopo ha capito e si è attivata sul piano diplomatico come mai era accaduto in passato per un interesse specifico del nostro Cantone. I Comuni italiani di frontiera hanno compreso che a fare perdere la pazienza al solitamente calmo Ticino era l’uomo forte dell’economia nel Governo italiano, quel Giulio Tremonti che contro la Svizzera e le sue piazze finanziarie da anni ha scatenato una sorta di guerra.
Sul piano politico interno ci sono due fatti rilevanti e che mostrano approcci differenti. L’oggetto del contendere è l’iniziativa cantonale che chiede a Berna di ridurre dal 38,8 al 12,5% (come pattuito con l’Austria) l’aliquota del ristorno dell’imposta alla fonte del salario dei frontalieri. Su questa questione la competente Commissione del Consiglio degli Stati (sotto la presidenza del ticinese Dick Marty) ha deciso di respingere l’iniziativa trasformandola in una insipida e diplomatica mozione, senza mordente. Invece l’analoga Commissione del Consiglio nazionale (nella quale siede Fulvio Pelli) ha deciso di sostenere il testo originale del Gran Consiglio ticinese, lanciando un concreto segnale di considerazione per le rivendicazioni provenienti dal Sud delle Alpi.
Intanto Eveline Widmer-Schlumpf ha scritto al Consiglio di Stato facendo presente che con Roma discussioni su doppia imposizione e black list sono in atto, motivo per cui sarebbe tempo di versare quanto dovuto all’Italia. Si tratta di una valutazione della consigliera federale, non di un diktat, alla quale il Consiglio di Stato ha cortesemente risposto chiedendo informazioni circostanziate. Uno dei problemi sollevati è la situazione politica italiana, che nei giorni scorsi ha registrato le dimissioni del Governo di Silvio Berlusconi. Berna ha fatto sapere che la situazione italiana è sotto controllo e che, nonostante il quadro politico in evoluzione, le trattative tra i due Paesi non si arresteranno essendo nelle mani di funzionari e diplomatici.
È una presa di posizione che sembra in linea con i ragionamenti e le rassicurazioni diffusi prima del blocco dei ristorni quando l’autorità federale aveva preventivamente chiesto al Ticino di desistere, facendo presente che contatti bilaterali erano già in atto. Oggi sappiamo che a smuovere il tavolo di lavoro italo-svizzero è stato proprio il blocco. L’intuito del Canton Ticino è stato pertanto pagante dato che il pugno di ferro è riuscito a portare le Confederazione là dove la diplomazia da sola non era arrivata. Tenuto conto della nuova situazione in Italia, che ha oggettivamente altre priorità in questo momento, non vi sono motivi forti per accelerare decisioni in un senso o nell’altro.
Il Consiglio di Stato, dopo la lacerazione di giugno, sembra determinato a fare il prossimo passo all’unanimità. È una conditio sine qua non che lascia perplessi e che potrebbe generare dinamiche un po’ perverse. Ovviamente tra coloro che puntano ad una rapida retromarcia c’è chi si era opposto al provvedimento e preme per vedere la propria posizione maggioritaria, se non proprio unanime, in seno all’esecutivo. I tre «congelatori» sono invece più circospetti e prima di fare nuovi passi vogliono vedere tutte le carte sul tavolo perché il rischio di scivolare su una buccia di banana è reale.
Le discussioni sono in atto: appare sensato attendere che dal futuro nuovo Governo italiano giungano indicazioni non equivoche sulla questione. Per questo occorre evidentemente un po’ di tempo.
Il Ticino non ha quindi motivi per fare passi affrettati. D’altronde anche quella di congelare la metà dei ristorni è stata una scelta meditata e ponderata. La questione è semplice: va usato il medesimo metro di giudizio di giugno.
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