

di GERARDO MORINA - Periodicamente l’America ci ricasca. È risaputo che le primarie, quest’anno prevalentemente repubblicane, non sono fatte di certezze o scenari prestabiliti. Sono invece ricche di colpi di scena, di fronte ai quali ogni quattro anni il Paese finge di meravigliarsi.
Gli ultimi quattro giorni hanno reso possibile l’inverosimile. E non stiamo parlando solamente del principale colpo di scena che sabato scorso, con il 40 per cento dei voti, ha visto trionfare l’ultraconservatore arrabbiato Newt Gingrich sul moderato e favorito Mitt Romney alle primarie in South Carolina (seguiti a distanza da altri due candidati, l’ultracattolico Rick Santorum e l’ultralibertario Ron Paul).
Mitt Romney credeva di essersi portato a casa, oltre al New Hampshire, anche l’Iowa, come avevano inizialmente stabilito i risultati? Assolutamente no, un riconteggio dei voti ha assegnato la vittoria a Santorum. Le primarie rappresentavano una corsa principalmente a cinque? Non più, perché il quinto candidato, Rick Perry, ha pensato bene di ritirarsi e di appoggiare Gingrich.
Chi, inoltre, considerava Mitt Romney indenne da passi falsi si è dovuto ricredere: di lui si è infatti saputo che avrebbe eluso le tasse e che avrebbe portato i suoi capitali in paradisi fiscali (se accertata, in America si tratta di una colpa non perdonabile, a maggior ragione per un politico). E sullo stesso vincitore della tappa, Gingrich, sono piovute rivelazioni da parte dell’ex moglie su un suo passato ménage à trois.
Ma sulla pelle di Gingrich, speaker della Camera dei Rappresentanti dal 1995 al 1999 e architetto del celebre «Contratto con l’America», questi «rumors» non hanno aderito. Anzi, i veterani e la vecchia guardia evangelica del Partito repubblicano l’hanno premiato con il loro voto. Merito anche della destra populista che si raccoglie intorno al movimento Tea Party, contraria ad ogni compromesso politico e propugnatrice della purezza ideologica repubblicana.
«Per contrastare Obama occorre un uomo con cervello e attributi», hanno spiegato i simpatizzanti di Gingrich.
Oltre alla sua fama di avido finanziere e di repubblicano troppo morbido, a svantaggio di Mitt Romney ha senz’altro giocato la sua appartenenza alla Chiesa mormone, mal vista dalla destra religiosa del partito.
Ma la domanda che ora tutti si pongono è: Romney rappresenta un candidato solo ferito o è ormai avviato al ritiro? Certo non depongono bene i precedenti storici che dicono che dal 1980 nessun repubblicano ha vinto la «nomination» a candidato senza prima aver vinto in South Carolina, che per Romney ha invece rappresentato una delusione.
Gli esperti della campagna elettorale non mancano però di far notare che proprio Romney dispone di finanziamenti in misura quasi tre volte superiore a quelli di cui gode Newt Gingrich.
Particolarmente oggi, dopo che due anni fa una sentenza della Corte Suprema decretò che non si potevano fissare limiti ai finanziamenti elettorali che erano stati imposti per due decenni, ai candidati delle primarie viene richiesta presenza e abilità politica, mentre a tutto il resto pensano quelle potenti macchine da soldi che sono i Super PAC (Political Action Committee), i comitati adibiti alla raccolta dei fondi.
Non sarebbe quindi la prima volta che a decidere le sorti dei candidati siano i fondi di cui essi si trovano a disporre, anche se nessun finanziamento potrà mai totalmente supplire al mutevole umore degli elettori.
In questo momento i repubblicani hanno espresso tre verdetti diversi (in Iowa, New Hampshire e South Carolina).
Il Partito repubblicano è infatti ancora ampiamente diviso e si trova a fare i conti con le due anime che coesistono al suo interno: quella di centro (che il candidato ideale dovrebbe alla fine garantire) e quella più duramente conservatrice (poco incline a compromessi).
Prima della «convention» repubblicana che si terrà a fine agosto a Tampa, la partita delle primarie deve ancora passare attraverso tappe decisive: il voto del 31 gennaio in Florida, l’appuntamento più importante prima del «Supermartedì», quando, il 6 marzo, voteranno insieme ben dieci Stati.
La battaglia per la nomination si preannuncia dunque lunga e feroce. L’esperienza insegna che è meglio non fare pronostici.
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