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Commenti CdT | Commento -  27 gen 2012 05:00

È la crisi del sistema capitalistico?

di ALFONSO TUOR - «Capitalismo in crisi?» è il titolo di una serie di articoli che stanno apparendo da alcune settimane sul quotidiano inglese «The Financial Times». «La grande trasformazione: dare forma a nuovi modelli» è invece il tema delle discussioni che si tengono attualmente al Simposio di Davos. La convinzione di molti, che l’attuale crisi non sia solamente un incidente di percorso facilmente superabile, diventa dunque argomento di riflessione delle élite del mondo occidentale. Anzi, l’apertura di questo dibattito riconosce implicitamente che non è auspicabile rimettere in sesto le nostre economie per farle ritornare a funzionare come accadeva prima dello scoppio di questa crisi. In buona sostanza, molti riconoscono che l’attuale forma di capitalismo dominato dal capitale finanziario debba essere considerato un capitolo da chiudere e che ora si tratta di perseguire «nuovi modelli più adatti ai nostri bisogni», come ha sostenuto il fondatore del Forum di Davos, Klaus Schwab.
E in effetti il capitalismo non è un sistema unico e soprattutto possiede la straordinaria capacità di reinventarsi. Di capitalismi vi sono diverse versioni che vanno dall’attuale modello dominato dal capitale finanziario all’economia sociale di mercato, che è prevalsa nei decenni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, al capitalismo darwiniano cinese, che è però diretto dalla mano ben visibile dello Stato, alle socialdemocrazie scandinave. Quella che stiamo vivendo è la crisi di un sistema dominato dalla finanza globale, che si è imposto chiaramente nel mondo occidentale a partire dagli anni Novanta. Gli interessi dei grandi gruppi finanziari sono stati politicamente legittimati grazie alle dottrine economiche neoliberiste, diventando l’unico criterio di pensiero (o, se si vuole, il paradigma) delle politiche economiche degli ultimi anni. Questo modello è oggi in crisi, ma continua a determinare le scelte dei governi e delle banche centrali e anche il modo di pensare di larghe fasce della popolazione. La sua capacità di sopravvivenza è dovuta non solo e non tanto ad un’inevitabile inerzia, quanto soprattutto alla mancanza sia a livello politico, sia economico, sia sul piano intellettuale di chiare proposte di cambiamento. Per il momento si moltiplicano le analisi e i giudizi critici, ma non si intravedono luci che indichino la strada per uscire dal tunnel di questa crisi e che propongano alternative all’attuale capitalismo finanziario.
Questa assenza di proposte e di idee è preoccupante, poiché crea un pericoloso vuoto politico. Come è sempre accaduto nella storia, un grande vuoto politico è destinato ad essere ben presto riempito. Oggi sulla scena si stagliano quattro correnti di pensiero che si stanno candidando a riempire questo vuoto. Dal profilo strettamente politico, vi sono i contestatori del potere della finanza e del processo di globalizzazione che, seppure da sponde opposte, denunciano i medesimi comportamenti ritenuti responsabili dell’attuale crisi. Essi sono il movimento degli «indignados» in Europa e quello autodenominatosi «Occupy Wall Street» negli Stati Uniti (che con una definizione impropria possiamo sostenere che si rifacciano alla sinistra) e, dall’altra parte, i movimenti nazionalistici di destra (come il Fronte Nazionale in Francia). Quanto accomuna questi movimenti è nettamente superiore a quanto li divide. Dal profilo economico, abbiamo invece la contrapposizione tra i keysnesiani, che propugnano un maggiore intervento dello Stato per uscire dalla crisi, e i neoliberisti, che si rifanno alla Scuola economica austriaca, i quali sostengono che l’attuale crisi è il fallimento non del mercato, ma dell’insano asservimento della politica ai voleri dei grandi gruppi finanziari (quindi, si condannano – ad esempio – i salvataggi statali delle grandi banche considerate troppo grandi per fallire). Un aspetto accomuna queste diverse correnti di pensiero: una crescente insofferenza nei confronti dell’attuale sistema economico e politico e una chiara e forte opposizione all’attuale gestione sia politica sia economica della crisi, che non riesce a rimettere in riga i grandi potentati finanziari. Esse esprimono, seppure in modi diversi, la diffusa convinzione che in questo modo non si può più andare avanti e che quindi bisogna al più presto imboccare strade nuove. E questa necessità è evidente: occorre innanzitutto superare questa crisi e cercare di costruire un modello economico, sociale e politico attraverso il quale l’economia non diventi un obiettivo in sé e per sé, ma uno strumento indispensabile per creare occupazione, per avere una maggiore giustizia sociale (combattendo l’esplosione delle disuguaglianze registratasi negli ultimi decenni), per dare maggiore stabilità e sicurezza e possibilmente per costruire anche la prospettiva di un futuro migliore non solo a livello materiale. Per il momento, non si odono ancora voci che, sia a livello economico sia a livello politico, propongano una strada (una sintesi) praticabile e convincente per raggiungere questi obiettivi. Ciò deve preoccupare.

27.01.2012 - 05:00
Alfonso Tuor
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