

di SERGIO ROMANO - Il Governo presieduto da Mario Monti può ancora contare sul consenso di una parte non piccola dell’opinione pubblica italiana, ma si scontra da qualche settimana con due opposte ostilità. Non piace a chi lo rimprovera di avere adottato misure troppo severe, soprattutto in materia di pensioni e d’imposte. E non piace a coloro che lo rimproverano di essere timido, esitante, poco efficace.
Credo che all’origine di giudizi così disparati vi sia un equivoco. Il Governo è generalmente considerato «tecnico» e libero, quindi, di imporre ai partiti politici le misure tecnicamente più opportune. Ma la definizione è sbagliata. Quello di Monti è un governo composto da tecnici, ma è stato fortemente voluto dal presidente della Repubblica e ha una maggioranza parlamentare che ricorda per molti aspetti quella delle grandi coalizioni tedesche. Uno dei tre partiti che ne fanno parte (il PdL di Silvio Berlusconi) vorrebbe tornare alle urne il più rapidamente possibile, ma il suo leader sa che la rottura, oggi, lo esporrebbe alle critiche di una parte considerevole del suo elettorato. Non basta. Monti è un tecnico sui generis. Nelle sue funzioni di commissario dell’Unione europea per la concorrenza e il mercato, ha dovuto affrontare i governi, le imprese, il Parlamento di Strasburgo. Ha dato prova di fermezza e coraggio, ma anche di saggezza e realismo politico. Quando è divenuto presidente del Consiglio il suo primo obiettivo è stato quello di provare all’Europa che l’Italia era pronta a prendere misure difficili e severe. Ma sapeva che all’origine della crisi vi è un problema che il suo Paese, da solo, non può risolvere. Perché gli speculatori smettano di scommettere sull’insolvibilità degli Stati maggiormente esposti, non bastano il rigore fiscale e il pareggio del bilancio. Occorre dimostrare ai mercati che l’euro è gestito dall’intera eurozona come una responsabilità collettiva. Se Monti lo avesse detto alla signora Merkel prima di avere adottato una nuova e più rigorosa manovra finanziaria, i suoi argomenti non sarebbero stati credibili. Oggi ha il diritto di dire che la Germania, nonostante qualche progresso, non ha ancora dimostrato al mondo di essere pronta a battersi coerentemente per la difesa della moneta unica.
Sul fronte interno il piano delle liberalizzazioni è un po’ meno radicale di quanto avremmo desiderato. Monti non ha dichiarato guerra alle corporazioni (una mossa che lo avrebbe privato dell’appoggio parlamentare del partito di Berlusconi), ma ha cercato d’indebolirle colpendole là dove sono maggiormente vulnerabili: le tariffe (nel caso degli avvocati), il numero dei soci (nel caso, ad esempio, dei farmacisti e dei notai), gli orari di apertura (nel caso dei negozianti). Un ordine professionale in cui nessuno può imporre un tariffario è più aperto ai venti della concorrenza. L’aumento delle farmacie costringe ogni farmacista a battersi per conservare la propria clientela. Un negozio che decide di restare aperto per periodi più lunghi obbliga gli altri a migliorare la propria offerta. Resta il problema dei taxi dove Monti ha ottenuto risultati che dipendono in buona parte dal modo in cui i singoli Comuni sapranno gestire localmente il problema. Per molti, con qualche ragione, il bicchiere di Monti è ancora mezzo vuoto. Complessivamente tuttavia, se il decreto firmato dal presidente della Repubblica sarà approvato dal Parlamento, l’Italia sarà molto più liberale di quanto fosse negli anni in cui il suo presidente del Consiglio si presentava al Paese come un ammiratore della signora Thatcher.
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