

di EMANUELE GAGLIARDI - Ancora? Sì, purtroppo ancora. Ma non è appena successo un altro caso? Sì. Con questo sono tre in poco più di un mese, vero? È vero. Ma che cosa sta succedendo? La gente si interroga mentre la notizia circola sui siti Internet, via radio e attraverso le televisioni. Domani, oggi per chi legge, sarà la volta della carta stampata con qualche particolare in più in cronaca, quelli permessi dalla legge ricordata nel comunicato della Polizia che invita «gli organi di stampa a trattare la notizia con la massima discrezione a tutela delle vittime». Un altro arresto per pedofilia: questa volta a finire in manette è l’autista di un pulmino adibito al trasporto di ragazzi e di disabili. L’uomo, trapela dallo stretto riserbo delle indagini, collabora. Anche gli altri due arrestati, ammettendo in parte i fatti, raccontano. Storie vietate che saranno riepilogate nel corso di processi a porte chiuse davanti alle parti e alla stampa, se sarà ammessa. Storie così sono state ricordate diverse volte nei tribunali ticinesi. Nell’aula maggiore di Lugano vi è un Crocifisso che, se avesse potuto, qualche volta avrebbe staccato le mani dai chiodi della croce per tapparsi le orecchie. La storia si ripete, ma la vicinanza di tre arresti per pedofilia in poco più di un mese colpisce. Vicende diverse, legate da un fil rouge che non è tanto sottile: contrassegna un marcato egoismo unito al disprezzo verso i minori (stavolta anche verso i disabili). Minori che si erano fidati e che sono stati ripagati nel modo peggiore, con la violenza e l’oltraggio. Le inchieste sono in corso ed occorre aspettare. Ancora una volta la parola passerà agli esperti che cercheranno di decifrare, di spiegare, di capire il perché di questi oltraggi all’infanzia. Probabilmente verranno effettuate perizie sugli arrestati: anche questa volta per capire, per saperne di più sul loro agire. Restano le vittime, che vanno difese, protette. Come sempre. Nell’ultimo episodio si contestano all’arrestato ripetuti atti sessuali con fanciulli e ripetuti atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere. Ma come si fa? Se lo chiede indignato l’uomo della strada. Si fa, si fa, loro sanno come fare. E lo fanno. Anche se hanno di fronte minori o disabili. Lo hanno fatto ora e lo hanno fatto in passato. Contesti diversi, vittime diverse, accusati diversi. Il risultato è sempre il medesimo: ragazzini, probabilmente segnati per sempre da esperienze terribili. Arresti per pedofilia ne sono sempre scattati, ma non con una cadenza come quella attuale. Di pedofilia al giorno d’oggi si parla apertamente, con modi adeguati e con avvertimenti mirati anche all’ambiente scolastico. Ai ragazzi viene spiegato come riconoscere segnali anomali nel comportamento di adulti, conoscenti, anche familiari. Gli insegnanti vengono sensibilizzati affinché rilevino eventuali comportamenti allarmanti degli allievi. Resta sempre da infrangere la cortina di fumo, di silenzio, di omertà che pare essere cornice naturale ai comportamenti dell’orco. Non è facile. Ci sono stati familiari di persone condannate per pedofilia che chiudevano gli occhi quando invece avrebbero dovuto vigilare. I tre recenti episodi riguardano persone estranee alla cerchia familiare delle vittime. Però erano persone da considerare amiche, alle quali i ragazzi (nell’ultimo caso anche disabili) venivano affidati ogni giorno dai genitori con la massima fiducia. Ripagata, con viltà, nel peggiore dei modi.
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