

di MAURO ROSSI - Ricordo che negli anni Settanta, soprattutto negli ambienti studenteschi, c’era un atteggiamento strano nei confronti di Lucio Battisti. Il cantautore romano, accusato di essere politicamente di destra, era infatti stato messo all’indice in tutti gli ambienti «progressisti»: era riprovevole sia comperare i suoi dischi sia ascoltare le sue canzoni. Poi però, quando da qualche parte spuntava una chitarra e si strimpellavano gli elementari giri armonici delle sue canzoni, tutti, anche i più scatenati trotzkisti, le cantavano a squarciagola dimostrando una straordinaria dimestichezza con il suo repertorio.
Ecco, il Festival di Sanremo mi ricorda un po’ il Lucio Battisti di quel periodo: difficile trovare qualcuno che ne parli bene, che non critichi la sua formula datata e scontata, il fatto che sia diventato un carrozzone mediatico che nulla ha da spartire con il mondo musicale ma anche con il fare televisione del terzo millennio. È però altrettanto difficile trovare qualcuno che non ne conosca i minimi dettagli, i suoi meccanismi, le sue sfumature. Segno che nessuno se lo perde, che il suo strano e inspiegabile fascino continua a colpire e ad ammaliare milioni di persone che ogni anno, in barba a quanto pubblicamente affermano, rimangono incollati davanti al piccolo schermo per seguire la sua complicatissima competizione canora totalmente svincolata da ogni logica di mercato; lasciandosi incantare da ospiti che se propongono le medesime cose su qualsiasi altro canale suscitano al più uno stanco sbadiglio e infiammandosi di fronte a gag e a finte polemiche trite e ritrite. Sanremo insomma è un fenomeno strano, unico, attorno al quale si potrebbero fabbricare centinaia di saggi accademici senza tuttavia venire a capo del suo successo. Forse perché, come spesso accade, alla base della sua incredibile longevità ci sono ragioni molto più banali. Che a nostro avviso potremmo sintetizzare con un unico aggettivo: rassicurante. Il Festival di Sanremo è l’unica cosa che negli ultimi sessant’anni di vita italiana è rimasta uguale, immutata. Sono cambiate le mode, i governi, si sono susseguite generazioni diversissime l’una dall’altra, si è passato attraverso momenti di euforia economica ed altri di profonda crisi, si sono messi in discussione i sentimenti di unità nazionale e quelli religiosi. C’è stata l’ondata terroristica e il vento padano, ci sono stati mutamenti che hanno sconvolto e ribaltato ogni certezza facendo vacillare anche punti un tempo ritenuti saldissimi come il Natale, il campionato di calcio, le ferie d’agosto. Tutto insomma è cambiato tranne, appunto, il Festival di Sanremo che è sempre lì, con il suo barnum scintillante composto dai bravi presentatori di turno e relative vallette, con le sue canzoni in massima parte anonime e innocue, con i suoi comici irriverenti (ma mai troppo…) che però rappresentano l’ultimo legame con un mondo che ormai non c’è più ma dal quale ognuno di noi fatica, emotivamente, a staccarsi.
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