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Commenti CdT | Commento -  15 feb 2012 05:00

Israele-Iran, sul filo della guerra

di GERARDO MORINA - Nessuna decisione è stata presa o scadenza fissata, ma non vi è giorno che non autorizzi a pensare che un attacco di Israele all’Iran si faccia sempre più inevitabile. Se ne è detto convinto sulle colonne del «Wall Street Journal» (7 febbraio) l’editorialista Bret Stephens, già direttore del «Jerusalem Post», per il quale non è sufficiente un attacco preventivo, ma occorre liberarsi totalmente del regime iraniano. Del fatto che Tel Aviv sia ormai pronta a bombardare le centrali nucleari iraniane aveva già parlato sul «New York Times Magazine» del 27 gennaio scorso Ronen Bergman, esperto di politica e questioni militari per il quotidiano israeliano «Yedioth Ahronoth». Bergman aveva intervistato l’ex premier israeliano Ehud Barak, il quale aveva affermato che un attacco all’Iran non è per Israele una questione astratta, ma una preoccupazione reale: «Dopotutto i leader iraniani si sono posti come obiettivo strategico quello di cancellare Israele dalle carte geografiche». Ma non tutti la pensano così. Le minacce di Teheran non vanno sottovalutate, ha scritto sul quotidiano «Ha’aretz» il giornalista israeliano Gideon Levy, ma colpire l’Iran è una follia. Un attacco sui siti nucleari potrebbe infatti scatenare le reazione dei missili iraniani.
Uno scenario che i politologi americani hanno descritto anche nei particolari, immaginando il preavviso di Tel Aviv a Washington appena un’ora prima dell’attacco. Scenario, al di là delle sue conseguenze, comunque possibile perché fa parte dell’immediatezza e dell’imprevedibilità con cui Israele usa accompagnare le sue decisioni. Che l’attacco preventivo israeliano avvenga o no dipende poi da un insieme di fattori, tutti riconducibili al mantenimento o al venir meno dell’equilibrio geopolitico su cui finora si sono rette tutte e tre le potenze coinvolte nella regione mediorientale, ovvero Israele, Iran e, seppur più indirettamente, gli Stati Uniti, tradizionali alleati di Israele. Guardiamo prima di tutto a quest’ultimo Paese. A predisporre Tel Aviv sul sentiero di un attacco giocano i seguenti elementi: la minaccia iraniana sempre più avvertita come pericolo per la sopravvivenza di Israele, Obama visto come alleato inaffidabile, la persistente posizione di Cina e Russia contro le sanzioni ONU anti-Iran e contro un intervento internazionale in Siria, il crescente indebolimento del leader palestinese Abu Mazen a tutto vantaggio di Hamas. Per la sicurezza di Teheran si rivelano invece determinanti: l’eventuale caduta del regime di Damasco, la crisi economica subita a causa delle sanzioni, i Paesi delle varie «primavere arabe» indifferenti al modello rivoluzionario iraniano-sciita, l’impossibilità di giustificare l’uso dell’energia atomica a scopo solo civile, l’appoggio israeliano e occidentale alle minoranze etnico-religiose che si battono contro il regime iraniano. Sulle prossime decisioni degli Stati Uniti (per il capo del Pentagono Leon Panetta un attacco di Tel Aviv contro l’Iran è «probabile» la prossima primavera, mentre il presidente Obama ha fatto sapere che per ora la soluzione preferita rimane quella diplomatica, anche se nessuna opzione è esclusa) concorreranno infine: la continuazione del progetto nucleare iraniano, la crescente influenza iraniana in Iraq, la necessità dei rifornimenti energetici dal Medio Oriente (dallo Stretto di Hormuz transitano un quinto del greggio e un terzo del gas naturale destinati ai mercati asiatici e occidentali), le divergenze tra Netanyahu e Obama. A guidare l’atteggiamento di Israele, Iran e Stati Uniti sarà inoltre il clima politico dettato dai dissidi esistenti all’interno o all’esterno delle rispettive amministrazioni: il governo di Netanyahu contro gli ultraortodossi religiosi, i militari e i servizi segreti; Ahmadinejad contro la Guida Suprema islamica; Obama contro i «falchi», particolarmente repubblicani, in concomitanza con l’anno elettorale.
Allargando l’obiettivo al di là della disputa sulla bomba atomica iraniana si scopre un fatto essenziale. La principale posta in gioco è un’altra ed è, come già accennato, l’egemonia e gli equilibri di potenza in Medio Oriente. Preoccupazione che riguarda sì l’Occidente, ma anche lo stesso Iran, preso da nostalgie imperiali: il culto del passato e il ricordo delle imprese di Ciro il Grande, le mire di un pan-islamismo perseguite dallo sciismo di stampo iraniano, nonché il senso di onnipotenza derivante dall’essere il quarto produttore di idrocarburi su scala mondiale. È soprattutto su questo terreno che le fiamme di un eventuale conflitto sono destinate a trovare una facile esca.

15.02.2012 - 05:00
Gerardo Morina
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