

di GIOVANNI GALLI - I cittadini non sono sufficientemente responsabili e competenti per esprimersi in votazione popolare sul moltiplicatore comunale. Ridotto all’osso, è questo il ragionamento alla base della decisione del Gran Consiglio contro l’introduzione del referendum facoltativo sul coefficiente fiscale. Il dibattito ha visto le ragioni d’opportunità della maggioranza, convinta che la delega popolare in un settore delicato come quello tributario possa portare alla paralisi, contrapposte a quelle di principio della minoranza, che vede nel referendum una legittima estensione della democrazia diretta. Le resistenze possono avere una parziale spiegazione, ma non una giustificazione, nel fatto che il cambiamento legislativo è stato molto rapido e radicale. Fino all’anno scorso, caso unico in Svizzera, i moltiplicatori dei Comuni ticinesi venivano fissati dal Municipio. Dopo che la politica ha evitato a più riprese di affrontare il problema, c’è voluta l’ingiunzione di un tribunale per riportare il Ticino in sintonia con il resto dei Cantoni, dove il moltiplicatore deve passare dal Legislativo. Si può comprendere che il trasferimento di competenze fra livelli istituzionali, la conseguente perdita di prerogative da parte dei Municipi e l’ipotesi di lasciare ai cittadini una materia fino a poco prima appannaggio di pochi eletti, andasse a cozzare contro abitudini e mentalità radicate, impossibili da cambiare dall’oggi al domani. E si può anche comprendere, viste le dinamiche politiche locali, il timore di un voto emotivo e di un uso strumentale del referendum. Ma in un sistema di democrazia diretta collaudata e diffusa, nel quale si vota su temi di varia complessità, dai piani regolatori agli aerei da combattimento, passando per il meccanismo di determinazione dei sussidi di cassa malati, queste argomentazioni hanno un grosso limite. Anche perché si fondano su una specie di presunzione di superiorità degli eletti sui cittadini e possono facilmente sconfinare nell’alibi per non adattarsi al cambiamento. Finendo però per calpestare, al livello istituzionale più basso, il diritto dei contribuenti, già previsto in ambito federale e cantonale, di potere dire la loro in materia fiscale. A maggior ragione quando in un Cantone confinante come il Grigioni il referendum sul moltiplicatore è ammesso e non è considerato un atto potenzialmente destabilizzante.
Se le resistenze erano prevedibilmente forti e scontate, sorprende vedere arroccata in difesa della sovranità fiscale limitata un movimento come la Lega, che ha fatto dei diritti popolari e della chiamata in causa dei cittadini il suo cavallo di battaglia. Segno forse che la progressiva conquista del potere e il passaggio dall’altra parte della barricata ha cambiato le prospettive.
D’altra parte il no pronunciato ieri dal Parlamento contro la referendabilità non mette fine alla contesa sul moltiplicatore, ma appare solo come il primo round di un confronto destinato a durare a lungo. Giorgio Ghiringhelli intende andare fino in fondo e ha preannunciato, in prima battuta, il ricorso al Tribunale federale. Diversamente dalla vertenza sui balzelli elettrici, non gli sarà facile strappare un verdetto favorevole, anche perché ci sono altri Cantoni nei quali il referendum non è previsto. Se la via giudiziaria non dovesse avere gli esiti che lui auspica, Ghiringhelli ha assicurato che tenterà la via politica dell’iniziativa popolare. E in questo caso, vista la sensibilità ripetutamente dimostrata dagli elettori sul tema dei diritti popolari, sarebbe sicuramente più difficile liquidarla come una scelta emotiva.
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