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Commenti CdT | Commento -  20 feb 2012 06:00

Dura lotta per il potere in Cina

di ALFONSO TUOR - Anche in Cina è tempo di campagna elettorale. Meglio sarebbe dire che è in corso un’aspra lotta di potere in vista del congresso del Partito comunista che si terrà in autunno e che sarà chiamato a ratificare la nomina di sette membri del Comitato permanente dell’Ufficio politico che affiancheranno Xi Jinping, già designato a succedere a Hu Jintao alla guida del Partito e dello Stato, e Li Keqiang, che assumerà il ruolo di capo del Governo al posto di Wen Jiabao.
Questo importante avvicendamento al vertice è contrassegnato da una lotta senza esclusione di colpi tra diversi clan e diverse visioni del futuro del Paese.
La battaglia per accedere ai piani alti della gerarchia cinese vede per il momento quale principale protagonista Bo Xilai, da tempo il segretario della città-provincia di Chongqing, che ha rotto le consuetudini del Partito esprimendo le proprie opinioni sul futuro del Paese.
Il figlio di uno dei più stretti compagni di Mao ha creato un modello economico alternativo a quello seguito a livello nazionale. Ha infatti cercato di affrontare il grave problema dell’esplosione delle disuguaglianze sociali e della necessità di sviluppare il mercato interno e di ridurre la dipendenza dalle esportazioni attraverso grandi investimenti nell’educazione, nella sanità e nella costruzione di case popolari per i ceti meno favoriti e per gli immigrati.
Ha creato il cosiddetto «modello di Chongqing» che ha proposto a livello nazionale come superamento dei problemi sociali e politici creati dalle riforme volute da Deng Xiaoping.
Bo Xilai, che è sostenuto da numerosi dirigenti cinesi e soprattutto da ampi settori dell’esercito, ha indicato anche la via per risolvere la crisi di identità del Partito comunista attraverso la rivalutazione della figura di Mao e attraverso il ritorno alla cultura rivoluzionaria.
Ha infatti vietato la pubblicità sulle televisioni della maggiore municipalità cinese, ha promosso la diffusione dei programmi che inneggiano al passato e ha rinnovato la tradizione dei canti rivoluzionari. Insomma, Bo Xilai è convinto che il futuro della Cina non possa essere una versione cinese del capitalismo all’americana, che ritiene in profonda crisi, ma debba essere ritrovato nel rilancio dei valori della rivoluzione maoista.
L’ascesa di Bo Xilai, che spaventa terribilmente i nuovi ricchi cinesi, sembra essersi già infranta a causa della reazione di una parte dell’attuale leadership cinese.
Infatti lo scorso 6 febbraio uno dei suoi principali collaboratori si è rifugiato nel Consolato americano della capitale del Sichuan, accusando Bo Xilai di corruzione e di altri gravi misfatti. Dopo essere rimasto per un giorno nel Consolato, ne è uscito consegnandosi alla polizia cinese e oggi si dice sia detenuto a Pechino. Su questa oscura vicenda, che viene seguita con grande passione da milioni di persone che cercano di informarsi nei pochi spazi di libertà di Internet, non vi è ancora alcuna spiegazione ufficiale della leadership cinese.
Molti ritengono comunque che questa vicenda abbia infranto le aspirazioni di Bo Xilai che però non viene ancora destituito (o arrestato), poiché gode di vasti consensi sia nel partito sia nell’esercito.
Non è comunque escluso che la sconfitta personale del numero uno di Chongqing non significhi il completo ripudio delle sue tesi che indicano una via per riorientare l’economia cinese e per ridare un’identità ideologica al Partito.
Mentre la stella di Bo Xilai sembra tramontare, è in piena ascesa quella del segretario del Partito della provincia del Guangdong. Wang Yang ha infatti gestito in modo encomiabile la rivolta di Wukan.
Gli abitanti del villaggio erano insorti a causa della corruzione dei dirigenti che avevano espropriato le loro terre in cambio di compensazioni ridicole. Questo genere di rivolte sono molto comuni in Cina, ma questa non è stata affrontata con l’invio di polizia ed esercito e quindi con l’arma della repressione. Anzi, il segretario della più ricca provincia cinese, anch’egli un candidato alla promozione nel Comitato permanente dell’Ufficio politico, ha negoziato con i rivoltosi, ha destituito i dirigenti locali e ha concordato che si tenessero libere elezioni per sostituire i dirigenti del villaggio.
 Le elezioni si sono tenute regolarmente e sono state un grande successo, a tal punto che alcuni sostengono che l’esempio di Wukan dimostra che l’esercizio dei diritti democratici è possibile anche in Cina.
Questa descrizione sommaria ed imprecisa delle ultime vicende cinesi conferma che l’esito di questa lotta per il potere è ancora incerto. Dimostra anche che non si tratta solo di uno scontro tra diverse ambizioni personali, ma di un confronto tra diverse visioni del futuro del gigante asiatico. Confronto di estremo interesse anche per il resto del mondo, considerato il crescente peso economico e politico della Cina a livello internazionale.

20.02.2012 - 06:00
Alfonso Tuor
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