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Commenti CdT | Commento -  12 giu 2009 05:00

Tra intese e stravaganze

Molte chiavi di lettura per la visita di Gheddafi a Roma

di ALESSANDRO LETO - Dal punto di vista politico la visita di stato del Premier libico in Italia può essere analizzata seguendo due approcci differenti. Il primo è quello ad uso interno, che Gheddafi ha sapientemente giocato con una robusta dose di retorica antiitaliana e con una oltremodo pesante ostentazione di simboli anticoloniali che, pur se visti come eccessi in Italia, sono stati invece lucidamente utilizzati per mandare in Libia messaggi chiari, sia sulle dinamiche apertesi per la sua successione, sia per dimostrare politicamente che questo ennesimo cambiamento di posizione è foriero di successi internazionali.
Dal nazionalismo panarabo alla mistica del socialismo transnazionale nasseriano all’appoggio dei movimenti terroristi più spietati, fino alla riscoperta dell’Islam quale elemento unificante della riscossa araba in Africa, il capo della Jamahirya non ha mai smesso di stupire il mondo. Il secondo punto di vista è quello del paese ospite, l’Italia, che riscoprendo la drammatica attualità del famoso motto di Vespasiano «pecunia non olet», ha deciso già da tempo di riconoscere alla controparte tutte le ragioni avanzate, incluse una serie di risarcimenti e di aperture politiche e militari, per fare dell’Italia il partner privilegiato di una Libia che sembra ora volersi aprire al mondo.
Un’Italia abituata a dividersi e a lacerarsi su tutto, ma che sembra aver trovato una sostanziale unità di intenti fra i leader politici più importanti, che considerano questa nuova alleanza come una ghiotta opportunità per riequilibrare la propria dipendenza energetica da altri Paesi produttori di gas e petrolio e per assicurarsi uno sbocco commerciale non solo verso Tripoli, ma soprattutto verso quella serie di stati africani che seguono fedelmente il Governo libico nella geometria variabile delle proprie alleanze, a maggior ragione ora che la Libia è presidente di turno dell’Unione africana. Insomma, questa visita, contrassegnata da eccessi ed ostentazioni che francamente non trovano riscontro in nessuno dei protocolli cerimoniali esistenti al mondo, sancisce una nuova stagione di intese economiche e politiche, tenendo anche conto che l’Italia gioca il suo ruolo di frontiera meridionale dell’UE in chiave antiimmigrazione clandestina avendo come controparte proprio la stessa Libia, con la quale gestirà i pattugliamenti e le attività di rimpatrio dei clandestini.
Ma esiste anche un altro scorcio attraverso cui osservare questa storica visita di Stato, ed è quello disincantato e lucidamente cinico dei romani, i cui commenti quotidiani ai disagi provocati dalla «blindatura» della città per ragioni di sicurezza sono davvero gustosissimi. E non poteva essere altrimenti: una città che ha visto tutto, dallo splendore dell’Impero romano, alla centralità universale e temporale del papato, fino alle occupazioni plurime, a partire dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.c., via via fino all’occupazione nazista dopo il 1943, e che proprio tutto ha sempre sopportato facendoselo scivolare addosso forte del suo ruolo di Città eterna, ha reagito con una serie di «voci di pancia», di gerghi di borgata, che meriterebbero di essere raccolti in una pubblicazione ad hoc.
Fin dal suo sbarco a Ciampino infatti, con il problema dell’accoglienza da parte del presidente del Consiglio imposto dal cerimoniale libico a quello italiano ed il conseguente snodarsi di un convoglio di oltre cinquanta auto al seguito di una limousine bianca che sembrava sottratta alle strade di Las Vegas (tanto grande che si sono poi accorti che non entrava nel portone di Palazzo Giustiniani, sede del Senato), con una corte di oltre trecento persone, fra cui le famigerate «amazzoni» che compongono la sua guardia del corpo personale, tutte rigorosamente vergini e pronte al martirio per lui, il leader libico ha attraversato la città per recarsi nella sua amata tenda opportunamente allestita nel parco di Villa Doria Pamphili. Ora, d’accordo mettere a proprio agio gli ospiti, anche quelli più illustri, ma dormire in tenda in un parco pubblico, è davvero una stravaganza che i «romani de’ Roma» proprio non riescono a capire e infatti hanno tappezzato l’area circostante con graziosi manifesti «No Camping»... Per avere un’idea di cosa ne pensino è sufficiente una breve escursione in Internet sui blog locali per assicurarsi una buona dose di risate e di umorismo, forse l’unico antidoto allo stress generato da una presenza che ha causato la paralisi del centro cittadino ed il blocco del sorvolo della città per lunghe ore.
Ma la domanda di fondo su cui cominciano ad interrogarsi i romani è perché in queste occasioni si dispieghino apparati di sicurezza che rendono l’Urbe l’area più sicura al mondo, per poi ripiombare, terminata la visita, in una normalità che è fatta anche di allarmanti questioni che riguardano la sicurezza quotidiana? Ma si sa, un’altra grande dote dei romani è la pazienza e, in attesa di miglioramenti in questo senso, con simpatica e rassegnata ironia, aspettano la prossima stravaganza, avendo però chiesto nel frattempo a Gheddafi, scherzando ma non troppo, se per favore può lasciare la sua tenda ai terremotati dell’Aquila.

12.06.2009 - 05:00
Alessandro Leto
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