
di GIOVANNI BARONE-ADESI - Dopo trenta vertici in quattro anni l’Unione europea non ha risolto la crisi del debito dei suoi membri più deboli. Annunci di soluzioni improbabili si alternano a cocenti smentite, mentre il credito sovrabbonda nel nord e difetta nel sud dell’Unione, creando emergenze economiche che il primo ministro italiano ha definito pari a una guerra.
Per capire le ragioni di questa guerra occorre prima di tutto osservare che nessun Paese aspira a uscire dall’euro. Se ci sarà una rottura, sarà a causa di errori di calcolo politico. Il calcolo della Germania e dei suoi sostenitori è che l’Europa funziona bene solo se i Paesi deboli recuperano la loro competitività. Questo recupero richiede riforme che riducano massicciamente le rendite dei politici e dei burocrati nei Paesi indebitati.
Naturalmente i politici e i burocrati di questi Paesi non sono d’accordo su queste riforme. Se sono costretti a recuperare competitività, ne scaricano il costo sui ceti meno abbienti, senza intaccare le proprie rendite. I conseguenti malumori sono indirizzati contro la Germania, gli evasori fiscali o altri nemici da additare al popolo. Pur di non fare riforme che consentano la crescita, si giunge a dire che ormai le elezioni del 2013 sono troppo vicine per poter introdurre riforme in Italia. Tuttavia queste elezioni non possono essere anticipate, come richiederebbe la logica di un Governo d’emergenza che non è in grado di funzionare. La situazione mi ricorda una crisi politica italiana di quarant’anni fa. Dopo estenuanti trattative, a fine luglio fu varato un Governo per affrontare l’emergenza economica. Appena si raggiunse l’accordo per la nomina dei sottosegretari, un quotidiano milanese aprì con il titolo: «L’emergenza rinviata all’autunno».
L’emergenza del debito non può essere rinviata all’autunno, ma soltanto mitigata da fughe in avanti delle autorità europee, giustamente preoccupate per la situazione di stallo. Da una parte la Germania non ha fretta, essendo la maggior beneficiaria dell’incertezza attuale e la maggior contribuente a eventuali soluzioni future che, per essere valide, devono essere accompagnate dalle riforme mancanti. Dall’altra parte i politici e i burocrati dei Paesi deboli cercano di mantenere i loro privilegi il più a lungo possibile, come tacchini in attesa della cena di Natale. Idealmente vorrebbero che la Germania si facesse carico delle loro rendite, ma molti tra loro ormai capiscono quanto questo sia improbabile.
Non è verosimile pertanto che la crisi europea possa risolversi in breve tempo ed è azzardato pronosticarne l’esito. Un elemento nuovo che potrebbe risolvere l’impasse attuale è la probabile affermazione di movimenti populistici alle prossime elezioni.
Tuttavia sarebbe sorprendente se questi movimenti riuscissero a riformare i Paesi deboli senza passare attraverso crisi più profonde.
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