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Commenti CdT | Commento -  25 ago 2012 06:06

La soluzione della crisi è politica

di ALFONSO TUOR - L'aspettativa di nuovi massicci interventi della Banca centrale europea e anche della Federal Reserve americana ha dato ossigeno ai mercati finanziari. Negli ultimi giorni le Borse sono salite e in Europa i rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà sono scesi anche sull’onda della speranza che l’istituto di Francoforte si metta ad acquistare queste obbligazioni sul mercato dei capitali per calmierare i tassi di interesse, come sembra sia stato deciso all’ultimo vertice europeo. Questa tendenza non è stata interrotta nemmeno dalle ultime notizie che confermano le profonde divergenze che continuano ad esistere ai piani alti dell’Unione europea e neppure dalla discussione sempre più aspra che si è aperta in Germania sul futuro della moneta unica europea.
Sia il Governo tedesco sia la Bundesbank si sono immediatamente opposti ad un presunto piano della BCE che prevedeva interventi automatici dell’istituto di Francoforte ogni qualvolta la differenza tra i rendimenti dei titoli dei Paesi deboli e di quelli tedeschi avesse superata una determinata soglia. L’altolà della Germania ha costretto l’istituto diretto da Mario Draghi a negare l’esistenza di un tale piano. Insomma, in queste settimane di grande caldo l’euro continua a traccheggiare in attesa di capire quale sarà il suo futuro. Non è escluso che questo clima di relativa bonaccia possa protrarsi fino alle prossime elezioni presidenziali americane che si terranno all’inizio di novembre. Nel frattempo si continuerà a discutere degli aiuti alla Grecia e alla Spagna. L’apparente rasserenamento del quadro europeo ha comunque permesso al presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, di sostenere che «la fine della crisi è vicina». Queste dichiarazioni sono per certi versi sorprendenti, poiché ancora poche settimane or sono lo stesso Monti parlava di «un forzato percorso di guerra» che avrebbe dovuto affrontare l’Italia e soprattutto perché le notizie che provengono dall’economia reale sia italiana sia europea non sono affatto incoraggianti. Queste parole sono probabilmente dovute alla volontà di calmare le crescenti inquietudini dei partiti che sostengono il Governo e al desiderio di infondere ottimismo in una popolazione italiana sempre più preoccupata per la gravità della crisi.
Il futuro dell’euro non si giocherà comunque né in Italia, né in Grecia, né in Spagna, ma in Germania. L’uscita di un Paese debole dall’Unione monetaria europea rappresenta infatti un azzardo di dimensioni tali da spaventare l’elettorato di questi Paesi, come ha confermato recentemente il doppio turno elettorale tenutosi in Grecia. La partita politica in Germania è sempre più chiara. Essa si gioca su quanti soldi i cittadini tedeschi sono ancora disposti a spendere per salvare la moneta unica europea. Berlino si è già accollata un fardello di non poco conto che è composto di contributi diretti alla Grecia e al Fondo salva-Stati (oltre 200 miliardi di euro) e contributi «nascosti» del sistema dei pagamenti di Eurolandia che già vedono la Bundesbank vantare crediti per circa 600 miliardi di euro. Di fronte alla forte crescita degli impegni tedeschi, nell’area politica che sostiene il Governo di Angela Merkel si moltiplicano le dichiarazioni di insofferenza e si arriva persino ad accusare il cancelliere di cedere alle pressioni dei partner europei e di mettere a repentaglio gli interessi della Germania. Ad esprimere queste opinioni sono i leader della CSU bavarese, i principali esponenti del Partito Liberale e un crescente numero di deputati della CDU. Ma il fatto nuovo è la svolta dei socialdemocratici che chiedono di sottoporre al giudizio dell’elettorato tedesco il processo di integrazione europea delineato negli ultimi mesi, che prevede un’Unione fiscale, bancaria e politica dell’Europa per poi arrivare alla condivisione dei debiti dei Paesi membri e al varo dei famosi Eurobond. La mossa della SPD è chiaramente dovuta a calcoli elettorali: per i socialdemocratici sta diventando sempre più costoso (in termini di voti) il sostegno alle politiche a favore dell’euro. Quindi, per la SPD è meglio demandare questa scelta al popolo tedesco per non doverne pagare il prezzo alle elezioni che si terranno tra un anno.
Un fatto sembra certo (anche stando ai sondaggi di opinione): un referendum in Germania sull’euro e sul futuro dell’Europa segnerebbe la fine della moneta unica. Infatti il popolo tedesco nutre ancora nostalgia per il vecchio marco, è stanco di dover continuare a tirare la cinghia, mentre si sostengono finanziariamente Paesi che ritiene «spendaccioni» e nei quali si stanno diffondendo sentimenti antitedeschi. Tutto ciò induce a ritenere che un referendum sull’euro avrebbe un esito certo, simile alle consultazioni sulla Costituzione europea bocciata sia in Francia sia in Olanda. Insomma, il «calvario» dell’euro è tutt’altro che vicino alla fine.

25.08.2012 - 06:06
Alfonso Tuor
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